VOCE
udito
28.02.2026 - 11:00
Ascoltare musica è un gesto quotidiano per milioni di persone, spesso attraverso cuffie e auricolari e per molte ore consecutive. Non è soltanto una questione di volume. La ricerca più recente mostra che a incidere sulla salute dell’orecchio sono la dose sonora complessiva, la durata dell’esposizione e la qualità del segnale che raggiunge il cervello. I danni possono svilupparsi in modo silenzioso, prima ancora che emergano nei controlli tradizionali.
Tra i fenomeni più studiati c’è la cosiddetta perdita uditiva nascosta, una condizione in cui l’audiogramma risulta nella norma ma la persona fatica a comprendere le parole in ambienti rumorosi. L’esame standard misura la soglia minima percepibile in condizioni di silenzio, ma la vita reale è fatta di ristoranti affollati, mezzi pubblici, palestre. In questi contesti complessi può emergere una difficoltà che i test convenzionali non intercettano.
Il meccanismo si gioca a livello microscopico. L’esposizione ripetuta a suoni intensi può compromettere le sinapsi che collegano le cellule sensoriali della coclea al nervo acustico. Le cellule ciliate continuano a reagire agli stimoli, ma il segnale elettrico che arriva al cervello perde precisione e sincronizzazione. Non si tratta necessariamente di sentire meno, ma di sentire peggio: la chiarezza si riduce, soprattutto quando i suoni si sovrappongono.
Determinante è il fattore tempo. L’intensità conta, ma conta anche per quanto e con quale frequenza l’orecchio viene sottoposto a stimolazione. Nei luoghi rumorosi si tende ad aumentare il volume per coprire i suoni di fondo, incrementando senza accorgersene la quantità di energia acustica assorbita. Dopo esposizioni prolungate può comparire una sensazione di ovattamento temporaneo, segnale di un innalzamento della soglia uditiva che nella maggior parte dei casi regredisce, ma che indica uno stress delle strutture più delicate dell’orecchio interno. Alternare momenti di ascolto e pause di silenzio riduce il carico cumulativo nel tempo.
L’orecchio, dal punto di vista fisico, non distingue tra musica e rumore. Due suoni con la stessa intensità in decibel trasportano identica energia acustica. La coclea registra vibrazioni e le trasforma in impulsi elettrici senza attribuire loro significato. È il cervello a interpretare il segnale, attivando circuiti legati a memoria ed emozione quando si tratta di una melodia gradita. La percezione soggettiva di piacere non modifica però l’impatto meccanico sulle strutture periferiche. Anche un brano amato, ascoltato ad alta intensità, richiede all’orecchio lo stesso lavoro di un rumore fastidioso.
I primi effetti di un’esposizione eccessiva raramente si manifestano come una riduzione evidente del volume percepito. A cambiare è soprattutto la definizione delle alte frequenze, tra i 3.000 e gli 8.000 Hertz, fondamentali per distinguere consonanti e dettagli sonori. Nel parlato sono questi elementi a rendere le parole nitide; nella musica contribuiscono alla brillantezza dei piatti della batteria, all’attacco degli archi, alla limpidezza della voce. Quando la sensibilità in questa fascia si attenua, il suono appare meno trasparente pur mantenendo la stessa intensità. Si tende allora ad alzare il volume per recuperare brillantezza, compensando inconsapevolmente una perdita di precisione che riguarda proprio le frequenze più acute.
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