VOCE
LA MOSTRA
02.03.2026 - 07:55
ROVIGO - Avvio col botto per la grande mostra dedicata a Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas, che ha aperto i battenti venerdì al Roverella. E nel primo weekend, il flusso di visitatori è stato davvero incessante: 1.700 le visite da venerdì a ieri sera, e tantissimi i gruppi già prenotati per le settimane a venire. Segno di un grande interesse per l’argomento, proposto dalla regia della Fondazione Cariparo, e di attenzione, anche fuori dai confini polesani, per le esposizioni del Roverella, diventate ormai centrali nel panorama culturale del Nordest.

L’esposizione, che sarà visitabile fino al 28 giugno, mette in dialogo, per la prima volta in maniera organica, un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea. Curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, la mostra ricostruisce il rapporto intenso - talvolta spigoloso, sempre fecondo - che unì i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.

La storiografia dell’epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalità dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zandò un maestro e un mentore e il pittore italiano definiva il collega “l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra”, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui il collega difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista.

La mostra indaga gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l’opera di entrambi. Il racconto prende avvio a Firenze, città in cui i due artisti maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trovò nel Caffè Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfondì lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.

La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati - di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro - e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana.
È questo infatti il periodo in cui Zandò realizza l’opera che Manet ammirò a Brera: una testimonianza dell’energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina.
La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all’impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto e Le Moulin de la Galette mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernità visiva di Degas - la spontaneità dell’attimo, l’impianto tagliente dell’inquadratura, la gestualità sospesa - ma li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana.
Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano. Il percorso si chiude con l’anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi più autonoma.
La mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalità, ma restituisce la complessità di un’epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.
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