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il caso

“Sei donna, servi il caffè”

Il tribunale condanna l’azienda

“Sei donna, servi il caffè”

Una manager licenziata e umiliata sul lavoro ottiene giustizia in tribunale. Il giudice del lavoro ha condannato la società a reintegrare la dirigente e a risarcirla con 50mila euro per discriminazione di genere, riconoscendo comportamenti ritenuti offensivi e degradanti.

Secondo quanto ricostruito nella sentenza, durante riunioni aziendali l’amministratore della società avrebbe più volte rivolto alla dirigente frasi svalutanti sulla sua posizione, arrivando a dirle che non meritava il ruolo dirigenziale e che al suo posto sarebbe servito un uomo con esperienza. In diverse occasioni, davanti ad altri dipendenti, alla manager sarebbe stato ordinato di preparare e servire il caffè ai colleghi “in quanto donna”.

Per il tribunale si tratta di condotte ripetute e umilianti, capaci di creare un clima lavorativo discriminatorio e di svilire il ruolo professionale della dirigente. Il giudice ha quindi riconosciuto che quei comportamenti costituiscono una molestia discriminatoria legata al genere, aggravata dal fatto che avvenivano pubblicamente durante gli incontri aziendali.

La situazione è precipitata nel luglio 2024, quando alla manager è stata recapitata una lettera di licenziamento mentre era in gravidanza. Poco prima la società le aveva contestato l’utilizzo della carta di credito aziendale per spese personali per circa 5.600 euro e una presunta responsabilità nella gestione di un magazzino negli Stati Uniti.

Durante il processo, però, gli avvocati della lavoratrice hanno dimostrato che l’uso della carta aziendale per spese personali era una prassi diffusa tra i dirigenti e che la seconda accusa risultava generica e priva di prove concrete. Il tribunale ha inoltre evidenziato che non esisteva alcuna colpa grave tale da giustificare il licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza.

La sentenza ha quindi stabilito l’annullamento del licenziamento, il reintegro della manager nel posto di lavoro e il pagamento degli stipendi arretrati. Oltre ai 50mila euro per discriminazione, il giudice ha riconosciuto anche un ulteriore risarcimento per lo stress subito.

La vicenda non sarebbe isolata. Anche la sorellastra della dirigente, impiegata nella stessa azienda, sarebbe stata licenziata nello stesso periodo, poco dopo la nascita della figlia. Già nella primavera del 2024 erano state inviate diffide legali che denunciavano comportamenti vessatori, offensivi e mobbizzanti all’interno della società.

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