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19.03.2026 - 20:55
Il popolo della Lega Nord piange il suo fondatore Umberto Bossi. Ha segnato la vita politica della Seconda Repubblica ed è parte integrante della storia del centrodestra italiano. Si è spento a 84 anni.
Umberto Bossi è stato il fondatore della Lega Nord e una figura centrale della politica italiana durante la transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica. Ha rappresentato il perno dell'alleanza di centrodestra per oltre un ventennio.
Nato a Cassano Magnago (Varese) nel 1941, Bossi ha intrapreso diversi percorsi prima di dedicarsi stabilmente alla politica, inclusi studi universitari in Medicina (non conclusi) e una breve esperienza in ambito musicale. La sua traiettoria politica iniziò a sinistra, con l'iscrizione al PCI nel 1975, ma subì una svolta decisiva nel 1979 grazie all'incontro con l'autonomista valdostano Bruno Salvadori.
Insieme a Roberto Maroni, Bossi avviò le prime pubblicazioni d'area, come Nord Ovest, seguite da Il Federalista e Lombardia Autonomista. Il 12 aprile 1984 venne formalizzata la nascita della Lega Autonomista Lombarda. Nonostante un esordio elettorale modesto alle Europee del 1984, il movimento crebbe localmente e, nel 1987, Bossi ottenne il seggio al Senato che gli valse il soprannome di "Senatur".
Nel dicembre 1989, Bossi promosse la fusione dei vari movimenti regionalisti (Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Toscana ed Emilia-Romagna) nella Lega Nord. Sotto la guida ideologica del politologo Gianfranco Miglio, il partito adottò una piattaforma federale e di rottura verso il centralismo romano.
Le elezioni politiche del 1992 segnarono l'affermazione del movimento, che raggiunse l'8,2% dei consensi. Sfruttando il clima di protesta generato dalle inchieste di "Mani Pulite", Bossi utilizzò una retorica aggressiva contro la gestione della spesa pubblica ("Roma ladrona"). In quegli anni, il leader fu coinvolto nell'inchiesta Enimont, subendo una condanna a 8 mesi per violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
Nel 1994, la Lega Nord divenne il partner settentrionale della prima coalizione di Silvio Berlusconi. Tuttavia, l'intesa fu di breve durata: dopo soli sei mesi, Bossi ritirò l'appoggio al governo, portando alla caduta dell'esecutivo.
Il periodo successivo (1996-1999) fu caratterizzato dalla fase più radicale del movimento. Bossi spostò l'obiettivo dal federalismo alla secessione della Padania, simbolizzata da gesti rituali come la raccolta dell'acqua alla sorgente del Po sul Monviso e l'istituzione del "Parlamento del Nord". In questa fase, la Lega ottenne il suo massimo storico (10% alle politiche del 1996), mantenendo una posizione di equidistanza sia dal Polo delle Libertà che dal centrosinistra.
A esprimere profondo cordoglio per la morte del "Senatùr" Luca Zaia, ex governatore e presidente del consiglio regionale: “Non è il Nord che deve dire grazie a Umberto Bossi ma tutto il Paese. Senza il suo contributo di visione, realismo e capacità politica la storia repubblicana sarebbe stata molto differente, priva di un grande interprete della necessità di dare risposte alle istanze dei cittadini delle regioni settentrionali e con esse soluzioni a tutta la società italiana. Nella sua grande abilità è certamente ricorso anche a gesti eclatanti, come ha quando ha proclamato la secessione del Nord, ma lo ha fatto sempre con l’intento di fissare un punto all’interno del quale l’obbiettivo rimaneva sempre e soltanto il federalismo. Politicamente è stato un padre straordinario per tutti noi, gli siamo profondamente grati”.
“Lo chiamavano il Senatur – sottolinea Zaia - un soprannome che qualcuno voleva a tutti i costi connotare in senso dispregiativo ma che, nella realtà, da solo incarnava l’attenzione imposta nei palazzi romani per realtà territoriali fino ad allora incapaci di far sentire le proprie istanze in un ambiente condizionato dalla partitocrazia centralista. Se la politica ha dovuto affrontare una ‘questione settentrionale’, in buona parte è stato merito della voce roca di Umberto che ne è stato il megafono. Se oggi in Italia c’è una coscienza federalista diffusa, a cominciare da quella che si identifica nell’autonomia differenziata, è merito dell’impegno di chi come Bossi ha visto più lontano di altri”.
“Ci lascia un grande leader - conclude Zaia - un vecchio leone a cui mi legano anni di amicizia e militanza nella Lega ma anche momenti di vita istituzionale condivisa come quando siamo stati chiamati nello stesso Consiglio dei Ministri, nel quarto governo Berlusconi, in cui c’erano anche Calderoli e Maroni. Ha sempre impiegato ogni su forza per interpretare la volontà degli elettori in cui vedeva il popolo a cui sentiva visceralmente di appartenere”.
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