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Rovigo Cultura

Sgarbi: “Toni come un fratello, mi chiamò Ofelia”

Un itinerario di racconti e suggestioni su Cibotto

Sgarbi: “Toni come un fratello, mi chiamò Ofelia”

“Io devo tutto a Gianantonio Cibotto”. Diretto, limpido, chiaro: è questo il ricordo che conserva Elisabetta Sgarbi, nota editrice, del suo “Toni”, quel Giannantonio, come si firmava per le tante cronache raccontate negli anni, che a cent’anni dalla nascita continua a essere protagonista della vita culturale cittadina. E forse, dopotutto, gli avrebbe anche fatto piacere. Erano in molti ieri sera, nel salone degli arazzi di Palazzo Roncale, per “l’ispirazione dei luoghi”, appuntamento promosso dalla Fondazione Rovigo Cultura, in collaborazione con il Comune di Rovigo e la Fondazione Cariparo. Non una mappa con posti, strade e vie da appuntare con meticolosa perizia, piuttosto un itinerario d’amore, quel sentimento che tanto Cibotto ha profuso nei confronti del suo Polesine, del suo Delta, del suo Veneto un po’ diverso delle narrazioni consuete.

E lo hanno testimoniato le voci di chi, o per un modo o per l’altro, ha “incontrato” quell’amore che si muoveva col suo tabarro tra le calli veneziane e quasi in punta di piedi nei silenzi di Scano Boa. Con la moderazione di Denis Baldin, le incursioni sonore di Francesco Toso, e Paolo Lazzarini, al tavolo, Elisabetta Brusa, regista teatrale e docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia che ne ha tracciato l’incontro nella Venezia in pieno fermento culturale agli albori dei frenetici anni ‘70. E ancora, Anna Cuocolo, coreografa, regista e docente al Conservatorio Venezze di Rovigo che invece, non conoscendolo direttamente, ne ha raccontato il fascino della lettura che conquista e appassiona indescrivibilmente. Fascino, come hanno introdotto l’assessore Erika De Luca, Gianna Previato e Monica Pedriali, presidente e vicepresidente di Rovigo Cultura, che trasmette quanto il Polesine debba a lui.

Come gli deve molto Sgarbi: “L’ho proprio frequentato come un fratello. A casa dei miei, a Ro Ferrarese, arrivò con un tabarro nero, entrò nella farmacia e mi chiamò Ofelia. Gli raccontai del mio rimpianto di non aver fatto materie umanistiche e lui mi aiutò moltissimo, oggi sono un’editrice ma tutto è cominciato con lui, perché grazie a lui cominciai a lavorare prima in una piccola casa editrice e poi alla Bonpiani. Devo tutto a Toni”.

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