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“Pochi medici? Ecco perché”

L'analisi del presidente dell'Ordine

“Pochi medici? Ecco perché”

“I medici di medicina generale in Polesine si sono dimezzati. E non si pensi che con le Case della Comunità si possa bypassare il proprio medico di famiglia perché poi si rischia di trovare un medico sempre diverso e non ci sarà chi fa una sintesi: si curano le malattie ma ci si prende cura della persona”.

Il presidente dell’Ordine dei medici di Rovigo Francesco Noce, già medico di medicina generale e presidente Fimmg, ieri mattina, intervenendo al “Buongiorno della Voce” su Delta Radio, commentando i numeri del fabbisogno di medici del ruolo unico individuato dall’Ulss polesana in 122 professionisti, 39 solo nell’area del capoluogo, ha cercato anche di dare una lettura sul perché ci si sia trovati in questa situazione. Un problema che, ovviamente, non riguarda solo il Polesine, anche se il fabbisogno complessivo di medici “di famiglia” sul territorio regionale, diviso fra le nove Ulss un anno fa era pari a 747 professionisti, 122 solo in Polesine.

“I medici di famiglia nel nostro territorio si sono praticamente dimezzati - ha rimarcato Noce - Quelli che erano i medici della medicina generale, i medici di famiglia, più le guardie mediche, quella che si chiamava continuità assistenziale, adesso col ruolo unico sono unite. Ma se facciamo i conti di quelli che erano i medici di medicina generale convenzionati più le guardie mediche, il numero era il doppio di quelli che sono adesso e le difficoltà sono enormi perché ogni medico in media ha più di 1.600 assistiti, c’è chi ne ha 2mila. E i giovani che entrano in questa attività si trovano di colpo con 1.600, 1.800 pazienti, che non conoscono, che non hanno mai visto e quindi devono cominciare a capire la loro storia clinica, conoscerli e conoscere le loro abitudini di vita, gli stili di vita, la familiarità e tutto quanto: non è semplice e questo può creare ovviamente difficoltà sia per i medici sia per i pazienti. Una volta i medici partivano con zero assistiti e ad uno ad uno li conoscevano e li seguivano. Trovarsi immediatamente con 1.600 assistiti è difficile e, quando si avvicinano, prendono anche paura. Non solo per l'attività che devono fare ma per tutta la burocrazia che sta stravolgendo l’attività dei medici, in tutta la medicina ma nella medicina generale in particolare, dove porta via più del 50% del tempo”.

Il primo problema che ha portato a questa situazione, ha ricordato Noce, “è che non c’era un numero di borse di studio sufficienti per consentire la preparazione dei medici di medicina generale. Noi lo avevamo denunciato da tempo che erano sottostimate perché avevamo fatto i calcoli dei medici che sarebbero andati in pensione. Quello che è stato fatto adesso dalla nuova giunta regionale, sia dal presidente Alberto Stefani che dal neoassessore alla Sanità Giro Gerosa, è stato parificare le borse di studio a quella degli specialisti, perché prima le borse di studio per la medicina generale erano esattamente la metà di quello che percepivano i loro colleghi che facevano una specializzazione universitaria”.

Per quanto riguarda la rivoluzione della sanità territoriale, ancora in ritardo se si considera che nell’ultimo rapporto Agenas si evidenzia come delle 99 Case della comunità del Veneto solo tre sono attive secondo tutti i parametri previsti, e nessuna delle quattro polesane lo è, Noce ha detto: “Le Case della comunità e le aggregazioni funzionali e territoriali, le famose Aft, dovrebbero portare un cambiamento per garantire un'assistenza continua alla popolazione. Bisognerà vedere come sarnno declinata i vari aspetti: ci saranno dei momenti magari di difficoltà però ormai la strada è tracciata dai decreti ministeriali e dal Pnrr, per cui dovremmo cercare di dare dei contenuti alle Case di comunità e alle Aft, che dovrebbero avere le aperture degli ambulatori differenziate in modo che in quel territorio ci sia sempre un ambulatorio aperto, per cui un paziente che ha bisogno di una prestazione indifferibile e il suo medico in quel momento non c'è o non è reperibile, sa che c'è un ambulatorio magari nel paese vicino o nel stesso comune. Però bisogna anche che le persone sappiano ben utilizzare questo sistema e sì perché se tutti hanno bisogno di qualsiasi cosa e si recano tutti nell'ambulatorio di quel medico che sta facendo ambulatorio gli rende il lavoro impossibile così come anche per le case delle comunità”.

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