VOCE
SALUTE
06.04.2026 - 19:03
Il disagio degli adolescenti ha smesso di essere un fenomeno circoscritto per diventare un’emergenza collettiva che interroga profondamente il sistema sanitario e le famiglie. I dati più recenti delineano un quadro preoccupante: a partire dal periodo post-pandemico, i casi di autolesionismo tra i minori sono cresciuti in modo esponenziale, trasformando il dolore fisico nell'unico strumento disponibile per dare voce a un’angoscia che non riesce a trovare un’espressione verbale.
Questa crisi è testimoniata dall'impennata dei ricoveri nei reparti pediatrici, con cifre che sono quasi triplicate rispetto al 2018, raggiungendo picchi di sedici ricoveri mensili per singola struttura di riferimento. La natura di questi episodi è altrettanto allarmante, poiché circa due terzi dei casi sono riconducibili a condotte di tipo suicidario. La maggior parte dei pazienti accede alle cure attraverso il pronto soccorso, manifestando stati di forte agitazione e angoscia. Sebbene il fenomeno colpisca storicamente in prevalenza le ragazze, l'ultimo anno ha visto un incremento significativo anche tra i maschi, con lesioni spesso così profonde da richiedere interventi chirurgici d'urgenza.
La pratica del self-cutting si configura oggi come la forma di autolesionismo non suicidario più diffusa. Gli esperti chiariscono che il taglio rappresenta un tentativo disperato di regolare stati emotivi altrimenti intollerabili, come ansia, rabbia o vergogna. In questo contesto, la ferita fisica agisce come un diversivo: il dolore del corpo copre e lenisce quello dell'anima, offrendo una sofferenza visibile e paradossalmente più gestibile rispetto al vuoto psichico invisibile. Il rischio più grave risiede nella cronicizzazione di questi gesti, che possono trasformarsi in una sorta di allenamento progressivo volto ad aumentare la soglia di sopportazione del dolore, riducendo gradualmente la naturale paura di farsi del male e avvicinando pericolosamente il soggetto alla possibilità di compiere atti definitivi.
L'esordio del fenomeno si colloca generalmente tra i dodici e i quindici anni, alimentato da una combinazione di fattori che spaziano dai traumi infantili alle dinamiche familiari conflittuali. Un ruolo non trascurabile è svolto dalla digitalizzazione precoce; la correlazione tra l'uso massiccio degli smartphone e l'aumento del disagio suggerisce che il web possa diventare un catalizzatore per i soggetti più fragili. Attraverso i social e i motori di ricerca, infatti, è possibile reperire tutorial e immagini che normalizzano il ferimento o insegnano come nascondere le cicatrici.
Per uscire da questa spirale, la risposta principale risiede nella psicoterapia e in percorsi psico-educazionali che coinvolgano non solo il paziente ma l'intero nucleo familiare. L'obiettivo è ricostruire la capacità di riconoscere e governare le emozioni senza ricorrere all'aggressione del proprio corpo. Da parte degli adulti, è necessaria una nuova forma di attenzione che vada oltre la superficie dei silenzi o dei rassicuranti "va tutto bene", unita a una regolamentazione più rigorosa della tecnologia sin dall'infanzia. Rompere il tabù dell'autolesionismo e parlarne correttamente non rappresenta un incentivo al rischio, ma l'unico modo per offrire cura e protezione a una generazione in estrema difficoltà.
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