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AMBIENTE

"Subsidenza anche con le nuove trivelle”

Due docenti universitari e due legali per spiegare in un convegno perché “no” alle estrazioni in Polesine

"Subsidenza anche con le nuove trivelle”

Due docenti universitari e due legali per spiegare in un convegno perché “no” alle trivelle

E’ vero, ci sono nuove tecnologie che consentono estrazioni di gas offshore più sicure di quelle degli anni Cinquanta e Sessanta che hanno provocato nel Delta del Po un abbassamento del territorio, ma è altrettanto vero che il Polesine tutto, dall’Alto al Bassopolesine, è un territorio che è soggetto per sua stessa natura a subsidenza. Se non fosse, ad esempio, per la continua bonifica del territorio, il Polesine sarebbe facilmente sommerso. E’ in estrema sintesi il risultato del convegno che si è tenuto ieri a Rovigo davanti a un folto pubblico e che ha messo a confronto docenti universitari ed esperti della materia riuniti grazie al coordinamento della Rete dei Comitati Polesani, le associazioni ambientaliste Italia Nostra, Lipu, Wwf. Le aziende energetiche hanno presentato 34 nuove richieste di estrazioni, una riguarda il Polesine.

“La subsidenza non può essere evitata se estraggo fluidi dal sottosuolo - è stato chiaro il professore Pietro Teatini un ingegnere idraulico e professore associato all'Università di Padova, esperto internazionale di subsidenza, idrogeologia e geomeccanica - Però la subsidenza non è uguale dappertutto e non è sempre della stessa entità. La scienza ha fatto dei passi avanti e ha dimostrato proprio questo. Ogni caso deve essere valutato in maniera specifica e dettagliata”. E nel caso del Delta polesano? “Le ricerche mostrano che il Delta del Po si sta abbassando anche oggi, ma si sta abbassando non per l’estrazione di fluidi, ma per altre cause. Questa problematica è seria e deve essere inserita nel contesto della gestione del territorio. Ad esempio sappiamo che i fondi per la bonifica che erano dati ai consorzi sono stati tagliati”.

Dunque, è vero - come ha sottolineato in una sua dichiarazione il sindaco Valeria Cittadin - che “non si possono confondere gli effetti causati nel Delta del Po quando ci sono state le estrazioni di acque metanifere negli anni 50 e 60 con quello che potrebbe succedere qualora si venissero messi in produzione questi giacimenti che si trovano a circa 20-25 chilometri al largo del Delta del Po. Gli effetti sarebbero molto molto diversi”.

E’ d’accordo con questa tesi anche Vanni Destro, del coordinamento comitati polesani: “Già, le tecnologie sono avanzate, ma gli effetti da noi in Polesine incidono di più. Non si tratta solo delle estrazioni offshore, perché hanno autorizzato ricerche sulla terraferma in Polesine, quelle che ci hanno fatto abbassare il terreno di tre metri quasi e anche un po’ di più”.

Un incontro scientifico, dunque, affidato anche alle riflessioni del professor Bernhard Schrefler, docente emerito di Scienza delle costruzioni all’Università di Padova, Rodolfo Laurenti, direttore del Consorzio di bonifica Delta del Po, e l’avvocato Matteo Ceruti, esperto di diritto ambientale e già impegnato in ricorsi contro progetti estrattivi.

Il confronto si inserisce in un contesto territoriale particolarmente delicato. Il Polesine, nato dalle bonifiche e tuttora sostenuto da un sistema di idrovore indispensabile. Nella nuova legge di bilancio i fondi per i consorzi di bonifica sono stati tagliati. La buona notizia è che il 9 aprile nella seduta della Camera dei deputati è stato approvato un ordine del giorno che impegna il Governo a prevedere il rifinanziamento del fondo istituito con la legge di bilancio 2018, risorsa considerata strategica per il funzionamento dei consorzi e per il contrasto a fenomeni come la subsidenza, particolarmente rilevanti in territori fragili come il Polesine. L’ordine del giorno è stato presentato dall’onorevole polesana Nadia Romeo a sostegno dei consorzi di bonifica, alle prese con il taglio dei fondi e con l’aumento dei costi energetici.

Un fondo che, come sottolineato dalla stessa deputata, non era mai stato interrotto dal dopoguerra, ma che non è stato rifinanziato né nella legge di bilancio 2025 né in quella del 2026.

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