VOCE
ALPINI
24.04.2026 - 14:00
Il cappello alpino diventa terreno di scontro. La decisione di consegnare il tradizionale copricapo con la penna nera a 180 volontari impegnati nel supporto a Milano Cortina 2026 ha aperto una frattura profonda all’interno dell’Associazione nazionale alpini. La cerimonia si è svolta a Verona durante un momento ufficiale di ringraziamento, ma la scelta ha immediatamente scatenato una reazione dura da parte di una parte consistente della base associativa.
Sui canali social dell’Ana il clima è rapidamente degenerato. Le critiche si moltiplicano e il tono si fa acceso, con accuse di svilimento di un simbolo considerato identitario. La contestazione ruota attorno a un punto preciso: i giovani coinvolti non hanno svolto il servizio militare, elemento che per molti iscritti resta centrale nella legittimazione del cappello alpino.
A intervenire è il presidente dell’associazione, Sebastiano Favero, che difende la scelta e invita a leggere il gesto in chiave evolutiva. Il cappello, sostiene, rappresenta l’impegno e la continuità di un modello che unisce componente militare e civile, con uno sguardo rivolto al futuro e alla collaborazione già sperimentata in occasione dell’evento olimpico.
La polemica si inserisce in un contesto regolamentare storicamente rigoroso. All’interno dell’Ana l’uso del cappello è disciplinato da norme precise, e nel tempo sono state introdotte distinzioni formali anche per chi non ha percorso la leva militare, come la figura dell’“Amico degli Alpini”, cui è riservata una versione del copricapo priva della penna.
Il caso di Verona, però, ha superato le consuete soglie del dibattito interno. La consegna del cappello ufficiale a personale civile che ha collaborato con la Joint task force della Difesa, e che ha seguito percorsi formativi certificati, viene contestata da chi parla di una rottura simbolica. Non mancano toni di forte dissenso tra i tesserati, con accuse di tradimento della tradizione e richiami alla storia del corpo.
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