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Dobrilla rischiò la vita per la libertà

Una storia che affascina e cattura

Dobrilla rischiò la vita per la libertà

Bagnolo di Po ricorda Dobrilla Giovannini, partigiana combattente dimenticata. In occasione delle celebrazioni del Festa della Liberazione, il Circolo Culturale “L’Arco” e l’Associazione “Progetto Donna” hanno promosso un intenso momento di memoria dedicato a una figura femminile della Resistenza rimasta troppo a lungo nell’ombra: Dobrilla Giovannini.

A riportare alla luce la sua storia è stato il libro di Vittorio Tomasin. L’opera si apre con una riflessione significativa: nei giorni della Liberazione, alle donne partigiane fu impedito di sfilare in parata, per non comprometterne la “serietà”. Un incipit che racchiude il senso di una memoria storica incompleta, che per decenni ha relegato il contributo femminile ai margini del racconto ufficiale. Originaria di Papozze, nel basso Polesine, Dobrilla Giovannini fu protagonista attiva durante i circa seicento giorni della Repubblica Sociale Italiana.

Non solo staffetta, ma figura organizzativa e strategica: reclutava giovani, trasportava armi e viveri, partecipava a riunioni clandestine e offriva rifugio ai ricercati. Come molte donne della Resistenza, dovette affrontare una doppia condanna: quella inflitta dal regime fascista e quella sociale, in quanto donna. Le staffette, fondamentali per il funzionamento della rete partigiana, furono spesso oggetto di giudizi morali durissimi. Senza marito, erano considerate “donnacce”, indegne di rispetto in una società che subordinava il valore femminile allo status matrimoniale. Arrestata nel novembre 1944, Dobrilla fu incarcerata prima a Rovigo e poi a Padova. Qui subì violenze e torture, umiliazioni fisiche e psicologiche, perpetrate non solo da uomini ma anche da donne fasciste. Un’esperienza devastante, segnata anche dal tradimento di persone a lei vicine.

Eppure non cedette mai. Fu liberata dai partigiani il 24 aprile 1945, alla vigilia della Liberazione, evitando per un soffio la fucilazione. Nonostante il coraggio dimostrato, il riconoscimento come partigiana combattente arrivò solo nel 1971, a 25 anni dalla fine della guerra. Durante l’incontro sono intervenuti anche i familiari: il pronipote Marco, relatore dell’evento, e il nipote Giuliano Giovannini, che hanno condiviso testimonianze preziose contribuendo a delineare un ritratto più completo della loro congiunta.

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