VOCE
SANGUE SOTTO LE TORRI
29.04.2026 - 21:29
Rigettate le eccezioni delle difese - relative alla possibilità di chiedere l’ammissione al rito abbreviato e alla costituzionalità della contestazione del “concorso anomalo” in omicidio - è subito entrato nel vivo il processo per l’agghiacciante uccisione, lo scorso 19 luglio, di Amine Gara, 23 anni, giovane marocchino ucciso a colpi di bottiglia rotta sotto le Torri, nel cuore di Rovigo, in un sabato sera di piena estate.
Un episodio tremendo e uno spartiacque nella storia della città: da quel momento, infatti, è apparso, innegabile, come la violenza giovanile sia un problema serio, serissimo, una delle priorità dei nostri tempi. Imputati sei dei sette cittadini pakistani, tutti tra i 32 e i 21 anni di età - ossia quelli che erano stati sottoposti a misura cautelare - sottoposti a fermo e indagati a vario titolo e con differenti posizioni ipotizzate per l’omicidio.
A quanto emerso dalle indagini, l’aggressione mortale sarebbe stata una vera e propria spedizione punitiva, dopo che, due sere prima, un pakistano sarebbe stato ferito con una bottigliata.
A indagare era stato il personale della squadra mobile della questura di Rovigo, coordinato dal commissario capo Marika Bozzelli. Investigatori che, assieme alla Procura, erano riusciti a dare una risposta forte e immediata a un episodio che aveva gettato nello sconcerto e nella paura il capoluogo. Articolata, dal punto di vista delle ipotesi di reato, la ricostruzione di quei fatti operata dalla Procura.
Un pakistano è accusato dell’omicidio vero e proprio, con l’aggravante della premeditazione: avrebbe colpito, nel corso dello scontro, Amine, con un fendente di bottiglia rotta al collo. Lo stesso, assieme ad altri due connazionali, è accusato anche di tentato omicidio di un altro giovane tunisino, pure colpito a bottigliate nello stesso raid e ferito in maniera gravissima, ma salvatosi, grazie anche agli immediati soccorsi del Suem 118.
A “chiudere il cerchio” degli indagati principali, poi, altre tre cittadini pakistani, che non avrebbero colpito direttamente il morto e il ferito, ma avrebbero comunque avuto un ruolo importante nella “spedizione punitiva”, tanto da essere chiamati anche loro a rispondere delle ipotesi di reato di omicidio e tentato omicidio, per quanto con la formula del “concorso anomalo”.
Allo stesso modo, anche i due pakistani indagati per tentato omicidio “diretto” sono indagati pure per omicidio in concorso anomalo. In sostanza, la procura ritiene che il gruppo dei sei avrebbe dato il “la” a una spedizione punitiva, intenzionati a colpire per uccidere. Tutti sono indagati anche per rissa.
A difendere gli imputati sono gli avvocati Elena Petracca di Rovigo, Fernando Romolo Palmerino Longo e Vittorio Longo di Avezzano, Marisa Concetta Berarducci di Vasto, Silvia Pascarella di Padova, Barbara Destro di Rovigo, Donatella Guidorizzi di Rovigo. Come parti offese, costituite parti civili, sono stati individuati il fratello di Amine e l’altro tunisino ferito in maniera grave nel corso di quel folle assalto, che spense una giovane vita nel cuore di Rovigo. Li segue l’avvocato Elena Perini del foro di Rovigo.
La testimonianza chiave, ieri, è stata quella del sostituto commissario Massimo Stefani, investigatore della mobile, che ha dato conto degli accertamenti condotti. Sono stati anche proiettati i video dell’aggressione mortale, nelle parti catturate dalle telecamere presenti in zona. Uno degli elementi di prova sui quali punta l’accusa, assieme ad altri. Tra questi le intercettazioni ambientali, ma anche le testimonianze raccolte, i riconoscimenti operati, il Dna repertato nelle bottiglie usate per l’assalto, i vestiti recuperati nel corso degli accertamenti.
Un dibattimento, insomma, denso di spunti e contenuti, che dovrà ora essere “metabolizzato” dai giudici della Corte d’Assise, i due “togati”, ossia magistrati di carriera, e i sei “popolari”, ossia semplici cittadini iscritti nelle liste dei giudici popolari e sorteggiati quando è necessario comporre la Corte d’Assise.
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