Un annuncio pubblicato sui social per la ricerca di personale di cucina si è trasformato in un caso giudiziario concluso con una condanna per discriminazione. Protagonista della vicenda uno chef stellato di Caorle (Venezia), chiamato a rispondere davanti al Tribunale di Trento per i contenuti di un post diffuso su Facebook nel luglio 2025.
L’inserzione riguardava il reclutamento di una brigata per un hotel a quattro stelle di Madonna di Campiglio. Nel testo, oltre alla ricerca di figure professionali, comparivano espressioni che escludevano alcune categorie di persone, facendo riferimento a orientamento politico, condizioni personali e orientamento sessuale. Il contenuto aveva suscitato immediate reazioni, alimentando una polemica poi sfociata in un’azione legale promossa dalla Cgil del Trentino.
"Sono esclusi - si leggeva in particolare nell'annuncio - comunisti/fancazzisti, masterchef del cazzo ed affini, persone con problemi problematiche di alcol droghe e di orientamento sessuale. Quindi se eventualmente resta qualche soggetto più o meno normale...".
Con sentenza depositata lunedì, il giudice del lavoro Giuseppina Passarelli ha riconosciuto la natura discriminatoria delle affermazioni, disponendo il risarcimento di 6.000 euro in favore del sindacato. Secondo quanto evidenziato nel provvedimento, quelle espressioni costituiscono "una forma di discriminazione indiretta»" in grado di limitare l’accesso al mercato del lavoro per alcune categorie di persone, introducendo criteri non legati alle competenze professionali ma alla sfera personale.
La causa ha riguardato nello specifico il post del 4 luglio 2025, successivamente rimosso, e alcune dichiarazioni rilasciate dallo chef nei giorni immediatamente successivi a organi di stampa e trasmissioni radiofoniche. Nel corso del procedimento, l’imputato ha sostenuto di non essere direttamente coinvolto nella selezione del personale, affermando di aver pubblicato l’annuncio su richiesta di terzi e di non aver mai operato discriminazioni nei confronti dei collaboratori.
Il Tribunale ha tuttavia ritenuto che le espressioni utilizzate introducessero criteri differenziali tra lavoratori basati su elementi estranei alle qualifiche professionali, in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza e solidarietà. Nella sentenza si sottolinea anche la rilevanza della posizione pubblica dello chef, definito figura con significativa esposizione mediatica e quindi potenzialmente influente nelle dinamiche occupazionali del settore.
Oltre al risarcimento, il 48enne è stato condannato al pagamento delle spese legali, quantificate in 3.616,50 euro, e alla pubblicazione della sentenza su un quotidiano nazionale. Attraverso il proprio legale, lo chef ha fatto sapere che è in corso la valutazione di un eventuale ricorso in appello.