VOCE
IL LIBRO
01.12.2023 - 21:00
Un libro, un grande libro che racconta il calcio ad Adria. Presidenti, allenatori, risultati, sfide e biografie di personaggi che nell’arco di un secolo hanno fatto la grande storia del calcio adriese. Dentro il ricchissimo volume (380 pagine), che stasera sarà presentato al Teatro Comunale di Adria, una carrellata di momenti, aneddoti e stupendi ricordi fotografici. Una storia che attraversa storie diverse.
L’Adriese ha illuminato il calcio polesano, sempre al centro delle cronache, è stata descritta e accompagnata da generazioni di giornalisti e commentatori. Abbiamo intervistato Germano Bovolenta, grande firma della Gazzetta dello Sport, che ha cominciato la sua prestigiosa carriera raccontando le gesta delle squadre del Delta (è nato a Porto Tolle) e del Polesine.
Germano, hai visto il libro?
“Sì, bello e prezioso. Molto bravi gli autori a regalarci questi ricordi ed emozioni del tempo. Un lavoro monumentale, molto impegnativo e faticoso. Ne sto scrivendo uno anch’io: la storia di Beppe Marotta, il più grande dirigente di calcio italiano. E’ un romanzo struggente. Beppe comincia come garzone, pulisce le scarpe dei giocatori e poi diventa il numero uno, come nel film Nuovo Cinema Paradiso. Vince scudetti e coppe con Juventus e Inter”.
Anche la storia di Bovolenta è da Nuovo Cinema Paradiso. Dal calcio dilettanti, al Milan, Juve e Inter, alle finali delle Coppe del Mondo. Non è così?
“Beh, insomma. Diciamo che ho cominciato molto presto: terza e seconda categoria, Portotollese, Scardovari, Carpano Ca’ Venier. Tabellini, poche righe, tanta passione. Poi sono salito di… categoria e ho raccontato il Grande Contarina di Luciano Negri, il Rovigo in Serie D di Romolo Camuffo e di Carletto Spolaore. L’Adriese, la vera regina del Polesine, di Ferruccio Folco e Costante Tivelli e di tanti altri affascinanti personaggi”.
I ricordi più belli di quelle Adriese?
“Come fai a scegliere? Già entrare al Bettinazzi era un’emozione fortissima. Stadio austero, che respirava storia. Ricordo un duro derby con il Rovigo a metà anni 70. Tutto pieno, rivalità, polemiche. Veramente una partita a sé, come i veri derby. Non mi piacevano le cronache, mi interessavano le storie e i personaggi. Ricordo il presidente Ferruccio Folco che agitava vistosamente in tribuna un orologio da taschino e urlava ai suoi attaccanti: se segni te lo regalo! Ho visto Costante Tivelli di Corbola, fare gol, e che gol, al Bettinazzi e poi a San Siro”.
La famosa Cavese che batte il Milan 2-1…
“Uno dei miei primi servizi in Gazzetta. 1982: Milan in serie B, quarantamila spettatori. Segna Jordan, quello con i denti da squalo, poi Tivelli e Di Michele in contropiede. C’erano seimila tifosi cavesi. E cantavano: ‘Costante Tivelli segna soltanto gol belli’”.
A fine partita l’hai incontrato?
“No. Non sono usciti dallo spogliatoio, anche loro cantavano e ballavano e stappavano spumante. Costante l’ho incontrato molti anni dopo. Pensa, quasi quarant’anni dopo al funerale di un amico comune, Toni Scabin di Contarina. E mi ha mostrato il telefonino con l’immagine del tabellone di San Siro di quel giorno. L’orologio è puntato sulle 15.46, c’è il marchio Citroen. Costante mi ha detto che ogni volta che lo guarda si commuove”.
Il Milan perse in casa una sola volta: contro l’adriese Tivelli. Insomma, dai, non male…
“Sì, momenti struggenti. Ma ad Adria sono transitati giocatori e allenatori che avevano conosciuto la serie B e la Serie A. Gente importante. Qualcuno non è andato avanti anche per scelte personali. Io ero innamorato di un fantastico giocatore di Goro. Si chiamava Paolo Paesanti. Mezzala, quando partiva con lo strappo, alla Kakà per capirci, non lo beccavi più. Giocava in serie D e C, ma meritava la serie A. Ho visto in A giocatori che meritavano la D o la C. Paesanti era di Goro, è rimasto a Goro a fare il pescatore. Per amore, mi hanno detto. Ha fatto bene”.
Giovanni Galeone, l’uomo che ha scoperto Max Allegri, ha allenato l’Adriese. L’hai conosciuto?
“Sì, più tardi. A Pescara, dove viveva come un pascià. Stimato e riverito. Buon pesce, buon vino, buoni risultati. Abbiamo festeggiato insieme lo scudetto nel 1988 a casa di Arrigo Sacchi a Fusignano. Abbiamo spesso parlato del Polesine e di Adria. Giovanni ha conservato bellissimi ricordi dell’Adriese. Normale. Credo che pochi siano stati male in questa deliziosa città. Anche quando le cose non andavano bene”.
Vi ha giocato anche Nevio Scala, primi anni 80, a fine carriera. Che calciatore era?
“Eccellente. E’ stato cinque anni al Milan, ha vinto scudetto e coppa dei Campioni. Poi è diventato il mitico allenatore del Parma che conquista la coppa Uefa contro la Juve. Impresa memorabile. Un personaggio carismatico, è stato anche il tecnico Mario Ardizzon, terzino a Venezia e Bologna. Ma io ricordo con particolare nostalgia i miei amici di Porto Tolle, di Adria, Ariano Polesine. Molti di loro hanno contribuito a far bella l’Adriese. Due nomi su tutti: i due Pieri. Piero Cavallari e Piero Carnacina. Il direttore sportivo e il tecnico delle giovanili (e anche in prima squadra), due veri uomini di calcio”.
E i giocatori di Porto Tolle?
“I difensori Enzo Soncin e Rino Vettorello. Io e Rino siamo nati vicinissimi. Io a San Giorgio di Ca’ Venier, lui a Boccasette. Un uomo molto buono, se n’è andato troppo presto. Poi la mezzala Andrea Gabrieli e il centravanti Claudio Marangon, che ha giocato anche con Gene Gnocchi nell’Interregionale a Fiorenzuola”.
L’Adriese è stata legata anche ad Arnaldo Cavallari, l’uomo che ha inventato la Ciabatta Polesana. Cosa ricordi di Arnaldo?
“Uomo straordinario, eccentrico, straripante. Eravamo amici, ho scritto anche la prefazione del suo libro biografico, ‘Una vita nel sole’. Era un genio: rally, donne, pane. Ho trovato la sua ciabatta in tutto il mondo, l’ho mangiata anche in Brasile. In Corea vendevano due tipi di pane: la baguette e la sua ciabatta. Arnaldo era effervescente anche nel calcio, con le sue idee, certo, ma piene di lampi. E’ stato un grande adriese. Ha fatto bella la sua città, la sua bella città ha esaltato la sua fantasia”.
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