VOCE
Adria
06.02.2024 - 16:30
“Nel frattempo, venti strade del quartiere di Burgwedel di Amburgo sono state intitolate ai bambini. C’è anche via Sergio De Simone. Ogni anno, nel ‘Giorno della memoria’, gli studenti riempiono di fiori le targhe intitolate ai bambini, che resteranno bambini per sempre”: sono le parole conclusive del libro di Titti Marrone “Meglio non sapere-Tre bambini nella Shoah” pubblicato da Laterza nel 2003 e riedito l’anno scorso da Feltrinelli.
E’ la storia tremenda di tre bambini finiti in un campo di concentramento: le due sorelline si salvano, il fratellino Sergio non tornerà indietro perché insieme a una ventina di altri bambini, finirà nelle mani di un medico nazista come cavie umane per i suoi macabri e inumani esperimenti.
La scrittrice napoletana è intervenuta ieri mattina nell’auditorium Saccenti nell’ultimo appuntamento delle celebrazioni dedicate al “Giorno della memoria” per presentare il proprio libro incontrando alcune scolaresche delle scuole medie e superiori. Ha aperto l’incontro Monica Stefani presidente del comitato Pietre d’inciampo che ha organizzato l’evento in collaborazione con l’amministrazione comunale rappresentata dall’assessore Antonella Ravagnan, insieme a Maria Chiara Fabian dell’associazione il Fiume e Paolo Rigoni referente della biblioteca comunale.
Quest’ultimo si è vivamente “complimentato con studenti e insegnanti che hanno fattivamente collaborato alle iniziativa promosse dal comitato con la deposizione delle prime pietre d’inciampo: una ad Adria in memoria di Anselmo Guido Ravenna e tre Papozze dedicate alla famiglia Moskovic”.
Titti Marrone ha esordito con una nota di amarezza evidenziando che “purtroppo la storia non è ancora diventata maestra di vita perché nonostante gli orrori del passato ancora non aiuta a impedire e fermare le tante, troppe, guerre di oggi in giro per il mondo. E bisogna ricordarsi - ha sottolineato la scrittrice e giornalista - che le prime vittime della guerra sono sempre i bambini. E quelli che si salvano pagano un conto salatissimo per tutto il resto della loro vita”.
Quindi ha risposto alla domanda posta da Monica Stefani sul titolo del libro: “Meglio non sapere”. Perché non sapere? Che cosa non sapere?
Osserva Titti Marrone: “La nostra mente, per un fatto anche inconscio, tende a rimuovere il prima possibile, le vicende tristi e più sono drammatiche più cerca disperatamente di cancellarle. Anche se non sempre ci riesce, come accaduto ai sopravvissuti dei campi di concentramento. Questi, loro malgrado, sono diventati militanti della conoscenza affinché la memoria non venisse cancellata, affinché la comunità civile prendesse coscienza di sapere e diventasse memoria collettiva”.
Ed ha aggiunto: “Il libro racconta una storia vera, drammaticamente vera, se vogliamo un piccola storia se paragonata alle grandi vicende di quello che è stato la Shoah. Però sono nelle piccole vicende, anche familiari, che diventa più facile comprendere la drammaticità di un evento: perché le sentiamo più vicina, perché ci è più facile comprendere che quel che è successo a quei bambini poteva accadere anche a noi, in quanto ci è più facile penetrare e farsi coinvolgere in quelle vite quotidiane”.
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