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L’ANNIVERSARIO dell'alluvione

Quell’onda che sconvolse il mondo

Da Ingrid Bergman a Coppi e Bartali, la campagna di solidarietà coinvolse anche molti governi

Quell’onda che sconvolse il mondo

Erano le 19.45 del 14 novembre quando il Po ruppe a Paviole, tra Occhiobello e Canaro. Nella mezz’ora successiva, l’argine cedette in altri due punti: a Bosco di Occhiobello e a Malcantone, pochi chilometri più in là. Le acque del grande fiume - pieno come non mai - con la loro forza e il loro impeto, distrussero 60 chilometri di argini e oltre 950 chilometri di strade, crollarono o rimasero danneggiati 52 ponti, 4.100 abitazioni, vennero sommerse 13.800 aziende agricole, cinquemila fabbricati e 2.500 macchinari. Furono allagati 1.130 chilometri quadrati di terreno agricolo. In molti punti, restarono sommersi fin dopo Natale, per poi restare sterili - dal punto di vista agricolo - per mesi, a causa dell’accumulo di depositi sabbiosi.

L’acqua ricoprì l’intera provincia, da Bergantino al mare, allagando anche Cavarzere. Si salvò il centro di Rovigo, protetto dall’argine dell’Adigetto: l’onda di piena si fermò in quello che oggi è il quartiere della Tassina.

In quella tragedia morirono 101 persone, a cui vanno aggiunti sette dispersi. L’episodio più drammatico fu senz’altro quello del cosiddetto “camion della morte”: un mezzo su cui viaggiavano decine e decine di sfollati, che cercavano di abbandonare la zona di Fiesso, Pincara e Frassinelle dopo l’arrivo delle acque. A Frassinelle, però, il mezzo sbagliò strada, imboccando quella che oggi si chiama via Garibaldi. Dopo alcune centinaia di metri, però, il camion venne travolto dal fango e dall’acqua. Persero la vita 84 persone.

Nella tragica alluvione del 1951, inoltre, andarono persi oltre 16mila capi di bestiame e due milioni di quintali di derrate alimentari. Alle cifre di quella catastrofe vanno aggiunte ben 180mila persone dovettero lasciare la propria casa: di questi, 80mila non vi fecero più ritorno, con un conseguente impatto sociale ed economico negativo di lungo periodo in un’area geografica già prima dell’alluvione economicamente depressa. Molte delle famiglie che lasciarono definitivamente il Polesine si insediarono nella zona del primo triangolo industriale di Milano-Torino-Genova.

Ma questa, per utilizzare una locuzione abusata, è una “storia di tante storie”. Perché ogni famiglia del Polesine ha una vicenda, legata alla grande alluvione, da raccontare. E tante sono anche le storie di eroismo legate a quel tragico evento. Come quella di quel capostazione (si chiamava Francesco Mauri) che assieme a un manovratore si gettò sui binari con l’acqua che saliva, per fermare un treno in arrivo che rischiava di andare incontro a morte certa; o i tanti che si attrezzarono con zattere di fortuna (a volte fatte soltanto di pochi assi di legno) per portare in salvo parenti, amici e vicini di casa.

Poi, per il Polesine partì una grande campagna di solidarietà che valicò i confini nazionali. Aiuti arrivarono da tutto il mondo: dall’America all’Unione Sovietica, valicando ogni “blocco”. La Rai, per iniziativa di Vittorio Veltroni e Sergio Zavoli, lanciò quella che fu la prima grande campagna di raccolta fondi di massa. Associazioni, partiti politici, sindacati, singoli cittadini, oltre ai governi di mezzo mondo, riversarono sul Polesine quello che potevano in termini di aiuti economici o concreti: dai dollari alle coperte. Fra le partecipazioni più significative a questa vera e propria corsa per il Polesine si ricordano (e colpirono i lettori dei giornali) gli aiuti raccolti da due star dell’epoca: la grande Ingrid Bergman e Delia Scala. Senza dimenticare il derby della solidarietà che venne disputato a San Siro fra tifosi vip di Milan e Inter capitanati addirittura da Coppi e Bartali. Anche questa è la nostra storia.

Le commemorazioni. Domani a Occhiobello, alle 10, in piazza Matteotti, si terrà la cerimonia istituzionale commemorativa per il 73esimo anniversario, alla quale parteciperanno le autorità e una rappresentanza degli alunni delle scuole Istituto comprensivo che, nelle settimane scorse, hanno ascoltato il racconto di Luciano Rovatti. Il regista Ferdinando De Laurentis, in mattinata, incontrerà in auditorium le classi terze media di Santa Maria Maddalena, per commentare filmati e documenti dell’epoca. Per tutti, alle 21, all’auditorium di Santa Maria Maddalena, De Laurentis proporrà la riflessione “Dal 1951 ai giorni nostri: l’acqua, una sfida sempre attuale”, mentre i volontari della Protezione civile, inoltre, interverranno per parlare di prevenzione e rischio idraulico.

Sempre domani a Castelguglielmo, alle 17, in sala civica, invece, appuntamento organizzato dall’amministrazione comunale in collaborazione con la biblioteca comunale, Antonella Bertoli presenterà il libro “Lucia, Giacomo e il camion della morte”, sulla drammatica storia del camion con il quale gli sfollati cercavano di fuggire che fu invece travolto dall’onda di piena del Po, a Frassinelle, con la morte di 84 persone, tra cui Giacomo Conti, zio dell’autrice.

Proprio a Frassinelle, gli 84 morti, vengono solitamente commemorati con una messa al sacrario, che nel 1976 fu visitato dall’allora patriarca di Venezia Albino Luciani, poi diventato Papa, e la deposizione di una corona al cippo di via Garibaldi. E sempre domani, alle 18, al Teatro Casa del Popolo, per l’università popolare, sempre il regista De Laurentis presenterà il documentario che realizzò per la mostra di palazzo Roverella sul cinema polesano con immagini originali dell’Istituto Luce, che parla dell’alluvione come evento mediatico che cambiò il giornalismo audiovisivo.

Ad Arquà, venerdì sera alle 21 la compagnia Proposta Teatro Collettivo, proporrà un reading emozionale intitolato “E po’ l’ha fato come in seciaro (14/11/1951)”.

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