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ADRIA

Il femminicida davanti al giudice: “Non mi ricordo cosa ho fatto”

La versione di Lo Coco, imputato per l'omicidio della giovane moglie Giulia Lazzari, strangolata a 23 anni

Il femminicida davanti al giudice: “Non mi ricordo cosa ho fatto”

“Lei si stava vestendo, per andare a lavorare. Le ho chiesto se potessi avere un ultimo abbraccio, mi ha sorriso e ha detto sì. Ricordo il suo sorriso. L’ho abbracciata. Non ricordo altro. Quando mi sono ripreso, ho visto che avevo le mani strette al collo di Giulia. Ho provato a impiccarmi”. E’ così che Roberto Lo Coco, 29 anni, accusato del femminicidio della moglie Giulia Lazzari, 23 anni, ha raccontato ieri in teleconferenza il poco che ricorderebbe di una vicenda che ha sconvolto tutta Adria, tutto il Polesine e non solo.

L’aggressione mortale che, avvenuta alle Case Rosse di Adria, ha portato alla morte di Giulia. Sarebbe avvenuta l’8 ottobre 2019, nel pomeriggio. Roberto avrebbe chiesto a Giulia un ultimo abbraccio, dicendo che aveva capito che la loro relazione era finita, ma che la avrebbe amata per sempre. Ottenutolo, mentre aveva la ragazza, esile e di corporatura minuta, tra le braccia, le avrebbe detto: “Se non ti avrò io, non ti avrà nessun altro”. Poi, avrebbe stretto le mani al collo. Avrebbe poi cercato di impiccarsi, provocandosi solo traumi lievi. La moglie venne ricoverata, in condizioni disperate, per spegnersi 9 giorni dopo a Rovigo.

A monte dell’aggressione, secondo le indagini, una situazione famigliare difficilissima: Roberto sarebbe stato tossicodipendente, incapace di prendere atto della decisione della moglie di lasciarlo, convinto che avesse un altro.

Si trova a processo, di fronte alla Corte di Assise di Rovigo, accusato di omicidio, premeditato; ulteriore aggravante contestata, il fatto che la vittima è il coniuge. All’udienza precedente, era stata data lettura di una lunga lettera, una specie di testamento, che sarebbe stata scritta da Lo Coco in un momento imprecisato. Contenente frasi del seguente tenore: “Era l’unica soluzione per stare sempre assieme”; “Volevo stare sempre con lei e ho fatto quel che andava fatto”; “Ho deciso il destino mio e della mamma e vicino a lei ora lo sono”; vari riferimenti alla figlioletta, con le scuse per quanto fatto, ma con la fiducia che “quando ti innamorerai come sono io innamorato della mamma, ancora adesso, capirai”.

Ora, con l’istruttoria di fatto chiusa, perlomeno per quanto riguarda i testi, sono tre i grandi temi processuali che appaiono ancora aperti.

La premeditazione. E’, come detto, contestata nel capo di imputazione, ma già all’udienza scorsa era stato molto difficile contestualizzare in maniera chiara il presunto testamento di Lo Coco, quanto al momento della sua scrittura. Un tema, evidentemente, importante per contestare questa aggravante.

La capacità di intendere e di volere. Su questo tema, si sono confrontati i tre consulenti rispettivamente di accusa, parte civile e difesa. Per quello dell’accusa era stata acquisita la relazione, gli altri due sono stati ascoltati ieri. Laddove accusa e parte civile hanno lasciato poco spazio per presunzioni di incapacità di intendere e di volere, anche temporanea, sotto forma di raptus, così come non hanno avuto grandi dubbi sulla capacità di stare in processo dell’imputato, del tutto diversa è stata la ricostruzione del consulente della difesa. Ha parlato, infatti, di un giovane profondamente provato dalla tossicodipendenza, con capacità di intendere e di volere grandemente scemata, ma capacità di distorcere la realtà, soprattutto nel momento in cui avrebbe visto quello che - parole del consulente stesso - era di fatto l’unico conseguimento degno di nota della sua vita, ossia la relazione con Giulia, venire meno.

La presenza o meno della figlioletta al momento della aggressione mortale. La deposizione della esperta che ha seguito la bimba nella comunità in cui si trova attualmente ha parlato di una bimba che, attraverso i giochi, pare inscenare, o rivivere, l’aggressione alla madre, come se vi avesse assistito. Una circostanza che, però, cozzerebbe con la testimonianza, benché non sempre del tutto priva di incongruenze, di una vicina che, ieri, ha assicurato che al momento dell’aggressione la piccola si trovava con lei.

Sul tema, la difesa aveva chiesto di potere visionare in aula tutte le riprese dei colloqui della bimba con la specialista che la seguiva, ma la Corte di Assise, presieduta dal giudice Angelo Risi e formata dalla collega Nicoletta Stefanutti e dai giudici popolari, non ha ritenuto che questo materiale potesse avere la stessa valenza di un accertamento tecnico irripetibile, quanto a capacità di ricostruire una verità storica di valore processuale, rigettando quindi la richiesta.

La prossima udienza. Si tornerà, quindi, in aula il prossimo 15 gennaio. Per quella data sono previste la discussione e la sentenza.

Le parti processuali. A reggere l’accusa, il pubblico ministero Sabrina Duò.

Numerose le parti civili costituite: i genitori e la sorella di Giulia, assistiti dall’avvocato Enrica Fabbri; gli zii, con l’avvocato Luca Azzano Cantarutti; la figlioletta, con l’avvocato Cecilia Tessarin; il Comune di Adria, rappresentato dall’avvocato Michele Adriano Portieri.

L’avvocato Enrico Belloli di Milano difende, invece, l’imputato.

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commenti 1
  • Lorybull

    21 Novembre 2020 - 14:02

    …. quindi …, non ricorda cos'à fatto … ma senti …. gli avvocati sono dei maghi …. ora …, di sicuro , con la semi-infermità mentale, sarà fuori nemmeno tra tanto , dico solo una cosa …. se avesse ucciso una ragazza dalle parti sue ,nel Sud italia, quell'essere li , sarebbe già sparito , e avrebbero fatto solo che del bene …. perché certi esseri sono "errori", dell'umanità danno ,inutilmente, peso alla terra e respirano l'aria che potrebbe servire a persone normali …. quindi .., perdonatemi per la retorica …. ma è così …. ammettiamolo pure …. !!!

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