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LA MORTE DI MARADONA

“Ho giocato con Diego, il più grande”

Parla Paolo Dal Fiume: "Un grande dolore, ricordo la sua classe e la sua umanità"

“Ho giocato con Diego, il più grande”

Maradona con Dal Fiume

"E’ stato il più grande". E’ il primo commento di Paolo Dal Fiume, calciatore polesano che nella stagione 1984-85 è stato compagno di squadra di Diego Armando Maradona nel Napoli, nel primo campionato italiano del Pibe de oro, l’argentino scomparso ieri a 60 anni. Dal Fiume, come l’intera comunità mondiale del calcio, si dice "scosso dalla morte di Diego", la cui notizia ieri pomeriggio ha fatto il giro di tutti i tg, i media e i social del mondo.

"Sapevamo - continua - che non stava bene, ma una cosa del genere è arrivata improvvisa. Sono senza parole". Il calciatore originario di Lendinara, che gestisce una palestra a Rovigo, ricorda che "quando Maradona arrivò a Napoli era già una star, eppure non ha mai fatto sentire nessun compagno di squadra inferiore, non ne troverete uno che parli male di lui. Al di là delle varie problematiche che ha avuto, era una persona di animo buono, oltre che il più forte calciatore di tutti i tempi, forse solo Pelè può contendergli questo scettro. Sono stato suo compagno di squadra per un anno, e lo considero un privilegio. Ricordo anche lo schema offensivo principale di quel Napoli: palla a Maradona, poi ci pensa lui".

La foto di Dal Fiume, con un paio di baffoni alla Bergomi, accanto a Maradona in un match di serie A, è uno dei suoi ricordi più cari. In pochi possono, infatti, possono dire di aver giocato con il più grande di tutti, una specie di dio del calcio.

L’ex calciatore polesano vive un mix di emozioni, tristezza e nostalgia, un fiume di ricordi che affiora: "Quell’anno io giocavo col numero 11, ma raramente sentivo il mio nome pronunciato dallo speaker del San Paolo al momento della lettura delle formazioni allo stadio. Prima di me, con il 10, c’era Maradona, e ogni volta erano boati e fumogeni che duravano minuti. Giocare con lui è stato un onore. Ed anche essere suo compagno di squadra, sempre disponibile, sempre allegro, senza mai far pesare il suo essere di un’altra categoria. Ricordo anche di come ammiravamo estasiati il suo palleggiare, il ‘fare la foca’ di testa col pallone. In quel Napoli c’erano Bagni, Bruscolotti, Castellini, l’esordio di Ciro Ferrara". E ancora: "Se ci dava consigli? Beh anche se lo faceva per noi era comunque impossibile ripetere quel che faceva col pallone tra i piedi, non potevamo far altro che cercare di imparare dal suo modo di stare in campo. Ben sapendo che le sue erano doti innate, che non si potevano imparare. E quindi inimitabili".

E chi non ricorda i suoi gol, come la doppietta nella semifinale mondiale del 1986 contro il Belgio, o il gol di mano all’Inghilterra, che gli fruttò il nomignolo "La mano de dios". E poi le sue punizioni (storico il gol segnato alla Juventus il 3 novembre 1985), quel suo modo di correre e accarezzare la palla per uno stop o per un assist millimetrico. E i due storici campionati vinti col Napoli e quel coro diventato un mantra: "O mamma, mamma, mamma sai, perché innamorato son? Ho visto Maradona...". O l’eterno dibattito "Maradona è meglio ‘e Pelè". Oppure no?

"E anche - continua Dal Fiume - il suo rito all’ingresso sul terreno di gioco: quasi sempre per ultimo, poi una carezza al campo e il segno della croce. Con lui ho giocato un anno. Indimenticabile, per me e per tutti. L’anno dopo andai all’Udinese, ricordo che quando ci giocai contro lui fu espulso, e proprio grazie alla sua uscita dal campo riuscimmo a pareggiare".

Per il calcio mondiale Maradona è sempre stato un mito, per Napoli addirittura un monumento vivente, "vero - ammette Dal Fiume - io sono ancora in una chat di tifosi napoletani, è un susseguirsi di messaggi di cordoglio e disperazione".

Certo Maradona, lo riconoscono anche gli amici, ha avuto vizi, difetti, ha commesso tanti errori da non prendere ad esempio, ma citando la celebre frase del film "L’uomo che uccise Libety Valance", con John Wayne e James Stewart: “Quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. Ecco perché anche dopo la scomparsa di Maradona, per il calcio la leggenda di Diego Armando non finirà. E infatti Leo Messi, stella argentina del Barcellona, ieri ha detto: "Ci lascia ma non se ne va, Diego è eterno".

Altro servizio a pagina 36

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