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La testimonianza

“Sono sopravvissuto all'inferno di Mauthausen"

“Violenze e sofferenze, morti e privazioni, era l’inferno. Ogni giorno lottavo per rimanere in vita”

“Ho visto l’orrore a Mauthausen”

Il numero dell’orrore l’ha avuto tatuato su braccio e collo per molti anni: 115626, questo il suo numero di matricola. Incubi e commozione, invece, non lo hanno ancora abbandonato a 75 anni da quei mesi passati nel lager di Mauthausen. A 20 anni Arduino Nali aveva già una vita che potrebbe diventare la trama di un film: la diserzione dall’esercito italiano dopo l’8 settembre, la guerra partigiana nelle montagne del Piemonte, poi l’arresto da parte dei nazifascisti e la deportazione a Mauthausen, uno dei più terribili campi di concentramento dell’orrore hitleriano. La lotta per la sopravvivenza, la fame e il freddo, le montagne di cadaveri “scaricati” dalle camere a gas, la quotidiana paura di morire.

Arduino Oggi Arduino ha 95 anni e vive nella sua casa di Adria, dove su una parete campeggiano le benemerenze dello Stato e delle altre istituzioni, i riconoscimenti delle associazioni partigiane, le medaglie d’oro di Presidenti della Repubblica e ministri. Domani parteciperà, ad Adria, alle commemorazioni per la Giornata della memoria, e vive anche per tramandare il ricordo di quello che è avvenuto in tanti incontri con i ragazzi delle scuole, “perché - racconta- c’è ancora chi nega l’Olocausto, come quella volta ad una mostra dove un professore osò dire che la Shoah è un’esagerazione, una invenzione. Lo zittii mostrandogli il numero di matricola che mi diedero a Mauthausen”.

Nel 1945 Arduino non fatica a rievocare i fatti del 1945, ancora ben vivi nei suoi ricordi: “Le cose brutte non si dimenticano”. “In quei mesi - racconta - ero partigiano nella Brigata Poli, nome di battaglia Duino. Abbiamo combattuto per mesi con i tedeschi, le armi ci venivano paracadutate dagli aerei Alleati, si dormiva nei boschi. Un giorno fummo accerchiati dai nazifascisti, ci fu un conflitto a fuoco, diversi feriti. Alla fine ci arrestarono. Ricordo che finimmo con le mani legate dietro alla schiena a lato di un muretto. Pensammo tutti che ci avrebbero fucilati”. Invece quel giorno Arduino viene pestato a sangue, sul volto porta ancora i segni delle botte prese. Poi il trasferimento in una prigione di Asti, quindi a Bolzano, e da lì caricato su un convoglio verso l’Austria. Prima del Brennero lui ed altri pianificarono la fuga, ma i tedeschi sventarono il tentativo. Infine, a gennaio del 1945, l’arrivo al campo di Mauthausen.

Mauthausen “Tra il principale campo di smistamento e il campo satellite di Gusen - dice Arduino - ci rimasi fino maggio, quando arrivarono gli americani. I tedeschi ci spogliarono in un piazzale, c’era una tormenta di neve, ci rasarono e ci buttarono nelle baracche. Dormivamo in 4 su un pagliericcio, in mezzo a cimici e pidocchi. Si gelava dal freddo. Sapevo che dovevo resistere, lottare per la sopravvivenza. Di fronte alla mia baracca vedevo le camere a gas, i forni crematori dal cui camino uscivano fuoco e fumo. I prigionieri venivano portati a ondate in quelle stanze dell’orrore, a volte preceduti da uno che suonava il violino”, ennesima assurdità.

L’inferno Sono giorni d’inferno per i deportati di Mauthausen, un campo-lager pianificato per lo sterminio di massa, facendo morire gli internati nelle camere a gas, ma anche di consunzione, di fatica, fame e stenti, un progressivo prosciugamento di anima e corpo. Nessuno, era la direttiva del Reich, doveva e poteva durare al campo oltre i 3/5 mesi. “Mi sono salvato - continua Arduino - perché sapevo lavorare, quindi ero utile. Facevo il meccanico, per 12 ore al giorno in una officina a fabbricare otturatori per fucili. Soffrivamo tutti il freddo, la fame. Mangiavamo un po’ di brodaglia allungata con segatura, e poi le bucce delle patate, addirittura l’erba attorno alle baracche. Arrivai a pesare 30 chili. In più occasioni mi sono svegliato alla mattina con accanto, sul mio pagliericcio, un compagno morto di fame o di stenti. Per tutti era solo questione di tempo. E ogni giorno, con chi era ancora vivo ci chiedevamo quanto saremmo stati in grado di resistere”.

Aberrazione Tanti gli episodi che Arduino rivive nella sua mente: “Un giorno stavo per reagire, mi trattenni, altrimenti sarei morto. Ero vicino alla scala della morte, la scalinata che portava alla cava di pietra, e dove gli ebrei erano costretti a lavorare come schiavi trasportando, su e giù massi di decine di chili l’uno. Loro avevano la croce di David sulla giacca, noi un triangolo rosso. Ad un certo punto un uomo cadde a terra stremato dalla fatica, un compagno di sventura si mosse per aiutarlo. Un soldato tedesco si avvicinò con la pistola in pugno, e come un automa sparò alla testa dei due ebrei uccidendoli sul colpo. Fui preso da un moto di rabbia, stavo per brandire il badile con cui dovevo spalare la neve, poi mi fermai, spinto dall’istinto di sopravvivenza”. In un’altra circostanza Arduino assistette alla mattanza dei nazisti nei confronti di un gruppo di prigionieri russi che avevano tentato la fuga, “il giorno dopo mi avvicinai ad un cadavere per prendergli gli scarponi. So che è brutto, ma mi avrebbero dato un po’ di calore dal gelo sempre più insopportabile. Dovevo sopravvivere”.

La liberazione Il 5 maggio 1945 arrivò la salvezza, gli americani liberarono il campo di concentramento “Ci furono scontri a fuoco, ricordo che alla fine si camminava fra mucchi di cadaveri, c’erano morti e sangue ovunque. Chi non l’ha vissuto non può nemmeno immaginare cosa siano stati quei mesi”. Poi le cure negli ospedali austriaci, a Bolzano, Padova. E, mesi dopo il ritorno ad Adria e l’abbraccio con genitori e famiglia. “Pensavano fossi stato fucilato. Fu una gioia immensa, tutti vennero a salutarmi”.

Dopo la guerra Arduino lavorò nei campi, nell’edilizia, si è sposato nel 1949. A Mauthausen ci è tornato più di una volta, piangendo e ricordando, ma anche correggendo “quella guida che nella sua esposizione stava confondendo alcune cose. Io c’ero e so come è andata”. Ora ha figli, nipoti e bisnipoti. Ma quell’orrore a volte si ripresenta. Quando vede Liliana Segre in tv si commuove perché ripensa alle sofferenze di milioni di vittime. “E quando sento parlare di odio, intolleranza, violenza, mi ribolle ancora il sangue. Io c’ero, e so cosa vuol dire”.

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