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La protesta

Serrande abbassate al Porto: “Basta lockdown nel weekend”

Il grido di dolore dei negozianti che hanno simbolicamente abbassato le serrande.

Non era mai successo prima, in 29 anni, vedere il centro commerciale il Porto sospendere l’attività sia pure per pochi minuti. Minuti simbolici, ma sono parsi un’eternità. Un’eternità è sicuramente la sofferenza di tante attività all’interno del centro commerciale che da un anno e mezzo, causa pandemia, non riescono ad avere continuità operativa. Soprattutto sono costrette a restare chiuse nel fine settimana perché nel week end l’apertura è concessa solo agli alimentari e altre poche attività di generi considerati di prima necessità.

E per gran parte di questi esercizi il fine settimana rappresenta non meno del 40% del fatturato settimanale. Comprensibile il danno economico subito nell’ultimo anno e mezzo. Qualcuno ha già deciso di non riaprire i battenti, forse cinque o sei, qualche altro non ha ancora deciso se riaprire o meno. Così ieri mattina è stata promossa una manifestazione di protesta per richiamare l’attenzione delle autorità governative affinché al più presto si superi il lockdown del week end.

Allo scoccare delle 11 le serrande dei negozi sono state abbassate, quasi tutti hanno spento o abbassato le luci, molti operatori hanno sostato all’ingresso mostrando la locandina con la scritta: “Chiudiamo perché vogliamo aprire”. Non è un gioco di parole, ma la contraddizione che tante attività commerciali stanno vivendo sulla propria pelle. All’iniziativa hanno aderito anche quelle attività non direttamente interessate, perché restano aperte nel fine settimana.

Particolarmente significativa la testimonianza data dall’ipermercato Interspar con il proprio direttore Diego Baruffa e alcuni collaboratori in prima persona a far abbassare le serrante della più grande e importante attività di piazzale Rovigno con i suoi oltre 100 dipendenti, più esattamente tra i 140 e 150: un segno di solidarietà particolarmente significativa per sottolineare che “siamo tutti sulla stessa barca” come ha ripetuto il presidente del consorzio Rodolfo Rudy Barbugian. Il quale questa mattina sarà a Roma alla protesta nazionale organizzata dalle principali associazioni del commercio e dei pubblici esercizi, oltre al Consiglio nazionale dei centri commerciali.

Durante la serrata di ieri mattina è stata sospesa anche la musica per diffondere un messaggio in contemporanea in tutti i centri commerciali italiani che dice: “Le associazioni del commercio vogliono dare voce ai 780mila lavoratori delle 1.300 strutture commerciali integrate presenti su tutto il territorio nazionale, che vivono da oltre un anno in un clima di forte incertezza, aggravato dalle stringenti misure con cui il governo impedisce a migliaia di attività commerciali di lavorare nel weekend, ovvero nei giorni più importanti della settimana in termini di ricavi e fatturato. Le associazioni del commercio coinvolte auspicano di poter avere dalle Istituzioni risposte certe e tempestive, per rimettere in moto un comparto tra i più danneggiati dalla crisi, che continua ad operare solo parzialmente e senza una chiara prospettiva di ripresa. Inoltre tanti centri commerciali hanno messo a disposizione spazi per hub Covid in modo da accelerare con le vaccinazioni”.

Presente alla manifestazione la direttrice Federica Pavani che ha sostato in quasi tutti i negozi con i rispettivi titolari e/o collaboratori per mostrare la locandina della protesta. “Speriamo di essere ascoltati – commenta al termine della serrata – Posso dire che tutti gli operatori del centro commerciale hanno aderito con convinzione e fermezza all’iniziativa. Ci scusiamo se può esserci stato qualche contrattempo con la clientela, ma tutto è stato organizzato in modo da limitare al minimo eventuali disagi. Tuttavia questa è una battaglia di tutti e per tutti: il Porto è un luogo dello shopping e punto di riferimento di incontro e socializzazione, ma è soprattutto un importante comparto lavorativo che occupa dalle 300 alle 350 persone a seconda dei momenti, quasi altrettanto di indotto. Pertanto dietro a questa struttura ci sono oltre 500 famiglie con le loro necessità, aspettative e futuro”.

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