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ROVIGO

Gli studenti condannano la scuola. "Si studia troppo"

Andreoli: “Per impegnarsi bisogna avere un’idea di futuro, questi ragazzi hanno la percezione del futuro?”

“Lezioni online? Non siamo pronti”

“Sveglia! Mi lavo; vado a scuola; pranzo studio; ceno; studio; vado a letto. Ogni giorno così, con un sistema scolastico che non ci permette di poter praticare uno sport con costanza, o di frequentare un corso di una qualsiasi passione che abbiamo. Perché? Perché dobbiamo studiare”. Le prime righe, del “manifesto” del comitato studentesco dell’Itis Viola Marchesini, scritto per per il varietà “Vite” di Mattia Casarin aprono un ventaglio di riflessioni sulle richieste degli studenti al sistema scolastico, ma anche sulla capacità di impegno dei nostri ragazzi nella scuola e nella società odierna.

Il manifesto è stato postato dalla psicologa che segue la scuola in vari progetti e per non inciampare in facili buche - di quelle che poi la storta ti fa male - abbiamo chiesto un parere sullo scritto a Vittorino Andreoli, psichiatra e neurofarmacologo, noto per le sue riflessioni critiche, lucide e profonde, sulle principali problematiche della società contemporanea.

Perché, qualcosa stona, fatecelo dire. Nella scuola in cui una classe prima impallina una professoressa per il gusto di postare la violenza sui social e fare clic, nella tranquilla Rovigo in cui altri studenti della vicina Ipsia (stesso istituto scolastico) fanno esplodere una classe e feriscono due allievi, certe frasi producono un suono sordo in testa.

Ecco cosa scrive il comitato: “Lo sport, la musica, il corso di disegno, il teatro, le uscite con gli amici, le passeggiate con il cane e la nonna.. vengono messi da parte per studiare delle materie che sì, arricchiscono la nostra cultura, ma la vita vera è quella che poi ci aspetterà” e ancora “la scuola parla di artisti: pittori, scrittori, ma spesso ignora quelli che ha davanti. Gli studenti che falliscono sono visti come i peggiori, eppure la maggior parte degli artisti di cui ci parla lo erano altrettanto (si cita Leonardo Da Vinci), gli artisti sfidano la perfezione ricordando quanto questa sia irreale”, continuano gli studenti. Davvero il problema di questi ragazzi è che si studia troppo? Che lo studio è sterile o che - si legge ancora - “i voti, le certificazioni, i percorsi di studio non fanno una persona. La nostra vita deve essere formata da esperienze, ma gli adulti non lo accettano”?.

Andreoli ci va con i piedi di piombo, come è giusto che sia: “Ho sempre cercato di capire e difendere gli adolescenti e in questo caso mi manca la rappresentazione della scuola, delle sue famiglie, dei suoi insegnanti e dei suoi studenti. Ma mi sembra che sia stato lanciato un sasso che va raccolto all’interno della scuola. Scrivono che non possono fare sport e attività di gruppo e faccio fatica a etichettare gli studenti che non hanno voglia di fare o gli insegnanti che non hanno voglia di capire. Magari bisognerebbe parlarne all’interno della scuola. Infatti non sono sicuro che sia stato corretto postare su un post di Facebook questo, chiamiamolo, manifesto”.

Astraendo il caso particolare di Rovigo, per attingere alla sua esperienza, il professor Andreoli aggiunge: “Vorrei sottolineare che la scuola dell’obbligo non può essere una scuola che giudica, può certo stimolare, ma non può escludere, ad esempio gli ultimi. Mi è sempre piaciuto riportare l’immagine dell’orchestra: la classe è come una piccola orchestra e l’insegnante è il direttore dell’orchestra. Uno suona il violino, uno suona il pianoforte e un altro il tamburo. Tutti devono suonare sempre meglio, ma se manca il tamburo, salta l’orchestra. Certo, bisogna stare attenti, se c’è una scuola che insegna le tecnologie occorre che ci siano gli strumenti per imparare. Io conosco esempi di Itis straordinari, con laboratori e macchine, e questo non per dire che Rovigo ne sia sprovvista, sia chiaro”.

C’è tuttavia un altro obbligo a cui la scuola dovrebbe assolvere, che è quello di dare una base culturale il più possibile solida alle generazioni future. Ma anche, se vogliamo, l’abitudine all’impegno, anche sui libri, che è poi quello richiesto negli ambiti lavorativi. Diciamoci la verità, la dura verità, non siamo tutti rapper o Steve Jobs, che - come sottolineano i ragazzi dell’Itis - non era laureato e intanto ha fondato la Apple.

Il disimpegno c’è e non c’è solo in quella scuola - avverte Vittorino Andreoli - Per impegnarsi bisogna avere la percezione del futuro, secondo lei questi ragazzi ce l’hanno la percezione del futuro? Non parlo da qui al fine settimana, ma dal secondo al terzo anno delle superiori, ce l’hanno la percezione? Da qui a dieci anni? Senza percezione del futuro si possono avere desideri, perché il desiderio ha bisogno del futuro, di pensarsi domani diverso da come sono oggi, senza il futuro per cosa mi impegno?”.

Lo psichiatra e scrittore, infine, dà una sua definizione di “educazione”. “Per me educare significa insegnare a vivere. I nostri adolescenti non sanno vivere, sono intelligenti, hanno strumenti di informazione che noi ci sognavamo, ma non sono capaci di gestire i sentimenti e gli affetti rispetto alle generazioni passate. Per certi versi siamo in una fase regressiva. Non sanno, ad esempio, gestire un insucesso o l’insoddisfazione per il proprio corpo. Credo che sia un compito enorme per gli insegnanti, che io stimo molto”.

Agli adulti “educatori” gli studenti chiedono ancora: “Non chiedeteci di essere guide perfette di un museo, ma piuttosto di essere artisti, di superare i nostri limiti e di non frenare le nostre ambizioni, perché è questo che cambia davvero il mondo”.

Tuttavia, ragazzi, l’impegno, le ore di studio, l’essere sottoposti a esami, a valutazioni altrui, al giudizio, questo è un passaggio che tocca agli artisti, come alle guide dei musei (che - per inciso - sono fondamentali nella fruizione dell’arte). L’impegno tocca ai pianisti, ai violoncellisti, come ai tamburi, per usare la metafora di Vittorino Andreoli. Non si scappa.

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