VOCE
Burocrazia
03.04.2023 - 05:00
Il cattivo funzionamento della nostra macchina pubblica grava sulle famiglie e sulle imprese italiane per almeno 225 miliardi di euro all’anno. Un importo praticamente pari al Pil “generato” nel 2021 da tre regioni del Nordest: Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre.
Purtroppo, le regole tortuose e complicate della nostra burocrazia statale, i mancati pagamenti della pubblica amministrazione, la lentezza della giustizia civile, lo spaventoso deficit infrastrutturale, gli sprechi nella sanità e nel trasporto pubblico locale sono da tempo una spina nel fianco dell’economia del nostro Paese. Sebbene non sia per nulla facile misurare gli effetti economici di queste criticità, l’ufficio studi della Cgia ha provato comunque a stimarli, arrivando alla conclusione che dovrebbero cubare oltre 11 punti di Pil all’anno, ovvero attorno ai 225 miliardi di euro.
Sebbene sia sempre sbagliato generalizzare, visto che anche la nostra pubblica amministrazione può contare su punte di eccellenza centrali e locali che ci sono invidiate in molti paesi europei, gli sprechi, gli sperperi e le inefficienze presenti nella nostra burocrazia pubblica sono una amara realtà che, purtroppo, hanno e continuano a ostacolare la modernizzazione del Paese. Mettendo in fila i risultati di alcune analisi condotte da una mezza dozzina di istituzioni molto autorevoli, il danno economico per famiglie e imprese sarebbe di almeno 225 miliardi di euro all’anno. A titolo di esempio, quest’ultima è una cifra ha una dimensione più che doppia dell’evasione tributaria e contributiva presente in Italia che è stimata attorno ai 100 miliardi di euro l’anno; e quasi doppia della spesa sanitaria del nostro Paese (131,7 miliardi per il 2023). La cifra, se vogliamo, è anche pari al valore aggiunto (il Pil appunto) prodotto nel 2021 da tre regioni del Nordest (Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia); e di poco inferiore alle risorse che il nostro Paese dovrà spendere entro il 2026 con il Pnrr (235 miliardi).
Senza scomodare Cavour, che se ne occupò addirittura nel 1852 durante il Regno di Sardegna, in tempi più recenti l’allora premier, Alcide De Gasperi, cosciente che c’era la necessità di rendere più efficace il lavoro della nostra pubblica amministrazione, istituì nel 1950 il primo ministero per la riforma burocratica (ministro Raffaele Pio Petrilli). Nonostante il problema fosse avvertito sin dagli inizi della nostra Repubblica, a distanza di quasi 75 anni la lotta alla cattiva burocrazia non ha portato grandissimi risultati. Certo, l’avvento delle tecnologie informatiche ha reso meno impervio il rapporto tra i cittadini e gli uffici pubblici, ma le difficoltà, comunque, rimangono e la percezione degli italiani sul livello di qualità reso dalla nostra Pa resta molto basso. Sebbene abbiamo recuperato qualche posizione rispetto al 2019, nell’ultima indagine campionaria realizzata a inizio di quest’anno, l’Italia si colloca solo al 23esimo posto a livello europeo per la qualità offerta dai servizi pubblici. Tra i 27 paesi Ue messi a confronto, solo Romania, Portogallo, Bulgaria e Grecia presentano un risultato peggiore.
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