VOCE
ECONOMIA
12.04.2023 - 21:00
L’aumento dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale Europea (Bce) per combattere l’inflazione preoccupa le imprese. Un rialzo che preoccupa soprattutto per la rapidità con la quale è avvenuto.
Ma questo aumento, nei fatti, quanto ha colpito le nostre imprese? E cosa può e deve fare oggi l'Europa per aiutarle? Ne abbiamo parlato con Paolo Armenio, vicepresidente di Confindustria Veneto Est, delegato per il Territorio di Rovigo.
Quanto questo rialzo dei tassi tocca le nostre imprese? (il Veneto è la terza Regione maggiormente colpita dal provvedimento)
“E’ chiaro che, dopo 10 anni di tassi sotto l’1% e addirittura 7 con tassi negativi, il sistema avrebbe dovuto prima o poi reagire, era fisiologico. Nessun operatore poteva pensare, senza illudersi, che questo scenario durasse in eterno. Ma siamo preoccupati che la politica di rialzo dei tassi da parte della Bce danneggi la crescita dell’economia. Non vorremmo che per contrastare l’inflazione si arrestasse la crescita. Secondo i dati del Centro Studi Confindustria, i tassi pagati dalle imprese italiane hanno già subito un forte aumento: +2,60 punti fino a inizio 2023, in media. E il costo del credito sembra destinato a salire ancora, sulla scia degli ultimi rialzi della Bce. Ciò peggiora la situazione finanziaria delle aziende, perché accresce il peso degli oneri finanziari e scoraggia i progetti di nuovi investimenti. Proprio in una fase ancora complicata e di incertezza, in cui dovremmo, al contrario, sostenere in ogni modo gli investimenti. In questo contesto, ci aspettiamo un arresto dei rialzi, una correzione dei tassi e quindi del costo del denaro su livelli ragionevoli e sicuramente migliori rispetto ai massimi attesi dei prossimi mesi (in linea con l’inflazione, ancora molto alta, ma in rientro). Ci aspetta una fase complicata di incertezza”.
Era necessario o, visto che, di fatto, nei primi mesi dell’anno l’inflazione si sta piano piano attenuando, si poteva evitare? Che altro si poteva fare?
“Abbiamo vissuto, ripeto, dieci anni di tassi negativi, ma quello che sta facendo la Bce sta andando forse oltre quello che può essere fatto a contrasto dell’inflazione. A tal riguardo, ci auguriamo che ci sia più cautela negli annunci e gradualità nelle decisioni della Bce, perché l’impatto sul sistema produttivo può essere significativo. L’aumento dei tassi di interesse si riverbera, infatti, sul canale del credito: che diventa più caro e oltretutto meno accessibile. In questo modo, la stretta monetaria frena gli investimenti delle imprese e anche i consumi delle famiglie. L’aspetto più rilevante non è l’aumento in sé dei tassi, quanto la velocità di questo rialzo, che è già il più ampio e anche il più rapido di sempre. Finora i tassi nell’Eurozona sono saliti di 3,5 punti percentuali in appena 9 mesi. La velocità intrapresa dalla Bce da metà 2022 è stata virulenta, ma ritardata rispetto all’impennata inflattiva diventata fuori controllo e già robusta da metà 2021”.
Che cosa può fare oggi l’Europa per mitigare il peso che questi provvedimenti stanno mettendo sulle spalle delle imprese?
“Le nostre imprese hanno avuto la forza di reagire agli shock degli ultimi anni (crisi bancaria sistemica 2009, crisi dei debiti sovrani 2011, pandemia, shock energetico, guerra, inflazione), anche grazie alla robusta ri-capitalizzazione intrapresa dopo Lehman Brothers e alla resilienza, che gli ha consentito di gestire la riduzione della leva finanziaria da parte delle banche. Le imprese si stanno attrezzando alle nuove sfide (transizione digitale, ambientale, energetica). Serve una politica nazionale ed europea per la competitività, che difenda l’industria e sostenga gli investimenti delle imprese. Anche in un’area come il Polesine che ha grandi potenzialità di crescita. Metteteci in condizione di investire e faremo crescere il nostro territorio e il Paese ancora di più del 1% del Pil previsto ieri (martedì, ndr) dal Governo".
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