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Fusioni tra Comuni: i "no" ci costano milioni

La scelta dei municipi che non si vogliono unire si traduce in mancati introiti e surplus di spese.

Fusioni tra Comuni: i "no" ci costano milioni

Fusioni tra Comuni: i "no" ci costano milioni

19 milioni di euro: è la cifra persa dai Comuni polesani che avrebbero potuto approvare le fusioni fra Comuni, che invece sono andate a vuoto. Quasi venti milioni sono il costo per aver detto no alla fusione. Nel 2014 i cittadini Arquà, Costa di Rovigo, Frassinelle, Pincara, Villamarzana e Villanova del Ghebbo furono chiamati ad esprimersi sul progetto di fusione, caldeggiato dai sindaci di allora, in un nuovo grande Comune che sarebbe sorto al centro del Polesine: si chiamava Civitanova, ma i cittadini di quattro Comuni su sei dissero no, vanificando quel progetto. La fondazione Think Tank Nord Est ha calcolato in un report, che un Comune di oltre 10mila abitanti, come sarebbe stato Civitanova, ha costi legati alla spesa corrente di 774 euro per abitante, mentre Comuni tra i mille e i tremila abitanti, quali sono i sei Comuni che avrebbero dovuto fondersi, spendono per le stesse funzioni 971 euro. A conti fatti, insomma, gli attuali sei Comuni sborsano 10 milioni e 325mila euro l’anno di spesa corrente; mentre Civitanova costerebbe otto milioni e 230mila euro. Un risparmio, quindi, di due milioni e 94mila euro l’anno. In nove anni, cioè quanto è passato da quel no, fanno 18 milioni e 850mila euro.

Quello di Civitanova Polesine è l’esempio più clamoroso, ma non è l’unico. Qualche anno dopo, nel dicembre 2018, Frassinelle (dove vinse il sì a Civitanova) ci riprovò con Polesella, stavolta con esito negativo. I due Comuni, insieme, avrebbero formato un nuovo municipio di 5mila abitanti. Secondo lo studio di Fondazione Think Tank un Comune Polesella spende attualmente in spesa corrente 3 milioni e 134mila euro l’anno, mentre uno delle dimensioni di Frassinelle costa mediamente 1,3 milioni, per una spesa totale di 4,4 milioni di euro. Cifra che sarebbe scesa a 3 milioni 980mila euro nel caso di fusione, con un risparmio di 458mila euro l’anno. E se vi sembrano pochi, considerate che parliamo di 783 euro in meno, l’anno, per abitante: ben oltre duemila euro in meno per ogni famiglia.

Non sono mai arrivati al referendum ma, in Alto Polesine, anche Castelmassa, Calto, Censelli e Castelnovo Bariano per un periodo, anni fa, parlarono di fusione. Quei quattro Comuni oggi costano 8,2 milioni di euro l’anno: insieme costerebbero 6,9 milioni, con un risparmio di 1,3 milioni di euro l’anno: 783 euro a cittadino. La stessa cifra che risparmierebbero i cittadini di Loreo e Rosolina in caso di matrimonio tra le due realtà, che abbasserebbe la spesa corrente, attualmente di 7,6 milioni di euro per due Comuni, a quota 7,4 milioni, per un risparmio annuo di 180mila euro.

Più marcato il risparmio complessivo per una potenziale fusione dei tre Comuni dell’isola di Ariano: insieme, sarebbero una realtà da 14mila abitanti, con costi pro capite abbattuti a 774 euro, esattamente la metà di quanto i tre attuali Comuni costano, annualmente, a ogni cittadino. Divisi, Ariano, Corbola e Taglio di Po hanno spese per 11,7 milioni di euro: insieme risparmierebbero 755mila euro l’anno attestandosi sotto quota 11 milioni.

Villadose, Ceregnano e Gavello, 9.687 abitanti in tre, ridurrebbero la spesa da 8,3 a 7,5 milioni di euro. Insomma, oggi come oggi si sprecano 725mila euro l’anno.

All’orizzonte, si stagliano altri due progetti di fusione. Polesella e Guarda Veneta ragionano già di referendum: insieme, formerebbero un Comune di 4.800 abitanti, risparmiando 146mila euro l’anno, ben 838 euro per cittadino. Nel loro caso, però, per raggiungere una dimensione ottimale, sarebbe meglio pensare a una fusione a tre, coinvolgendo Bosaro o Pontecchio (se non entrambe). In questo modo, i costi in capo a ogni cittadino scenderebbero dagli attuali 971 euro l’anno dei singoli Comuni a 783 euro, con un risparmio di quasi 200 euro per abitanti, circa un milione e mezzo di euro l’anno.

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