VOCE
arrampicata
12.03.2025 - 21:00
Ha aperto due nuove vie (una nelle Kichatna Mountains e una sul Sato Pyramide), è stata tra le 8 alpiniste partecipanti alla spedizione sul K2 promossa dal Cai, ha visitato Alaska, Patagonia, Stati Uniti, arrampicando su pareti verticali, sfidando il vento, il freddo e la stanchezza.
Silvia Loreggian ha solo 33 anni, ma grazie al suo “curriculum” (e foto mozzafiato) ha lasciato letteralmente a bocca aperta una sala gremita di persone, durante l’evento a lei dedicato ed organizzato dal Club Alpino Italiano della sezione locale. Una serata fortemente voluta e dedicata alle donne che hanno costruito il Cai “Sfidando i pregiudizi, guidate dalla passione e dalla perseveranza - ha spiegato Lidia Fabbri, presidente del Cai -, perché possiamo arrivare dove vogliamo, se lo vogliamo”.
Presente anche l'assessore Lorenzo Rizzato che si è complimentato col gruppo per le tante iniziative messe in campo. “Un impegno, il vostro, che non si ferma solo al raggiungere il traguardo della ‘vetta’ - ha specificato - ma che continua nel trasmettere la passione attraverso le generazioni”. Loreggian ha ripercorso le tappe più importanti della sua vita da sportiva, raccontando una passione, quella per la montagna, portata avanti sin da quando era piccina. “Grazie ai miei nonni - spiega -. La montagna per me è sempre stato uno strumento di grande libertà”.
Nel suo percorso tantissimi i traguardi raggiunti ma anche quelli mancati, da cui, sottolinea, ha comunque portato a casa qualcosa di positivo. “Quando mi chiamarono per chiedermi di fare parte della spedizione sul K2 ero esitante - racconta - perché era una esperienza molto diversa da quella che normalmente prediligo. Poi lessi la storia del gruppo che per primo violò la sua cima. Mi entusiasmai e decisi di partire”. Sette i mesi di preparazione a cui Silvia si è sottoposta prima di partire. “Ci ritrovammo a giugno tutti all’aeroporto - ricorda -. Eravamo in tantissimi e questo mi fece preoccupare. Avevo paura che così tanta gente potesse ‘togliere’ quella intimità di cui ho bisogno quando vado in montagna. In realtà, poi, questo gruppo è diventato la ‘mia società’ e alla fine ci siamo talmente affezionati da fare fatica a ritornare alla società reale”.
Un team composto da 150 persone, con un viaggio di un giorno intero attraversando il ghiacciaio del Baltoro. “Un percorso di avvicinamento durato sette giorni, nei quali ogni giorno il paesaggio cambiava. Quando finalmente arrivammo al campo base (a 4.975 metri) vidi finalmente il K2 e provai una sensazione strana, era una montagna grande ma meno di quanto me lo aspettassi. Guardandola da li sembrava quasi ‘facile’, in realtà poi così facile non era” - spiega ridendo. Da qui la fase di acclimatamento, con una serie di ‘rotazioni’, salendo e scendendo ogni giorno per lo stesso percorso per permettere al corpo di adattarsi alle quote estreme fino a raggiungere il campo base 3, situato a oltre 7mila metri. A fermarla è stato il mal di stomaco.
“Probabilmente non abbiamo fatto in tempo a recuperare dalla rotazione precedente - spiega - Avevo dei dolori lancinanti. Decisi di tornare indietro, man mano che scendevamo il dolore diminuiva ma è rimasta l’amarezza di aver perso l’unica possibilità di fare quella cima”.
Silvia condivide al sua passione con il compagno Stefano, con il quale è riuscita a dare il nome anche a due vie: la prima in Nepal sulla inviolata Sato Pyramide e la seconda il Alaska sudoccidentale nelle remote Kichatna Mountain. “Abbiamo dovuto attendere 5 giorni prima di poter prendere l’aereo che ci avrebbe depositati direttamente sul ghiacciaio da cui dovevamo partire - ricorda - Anche in queste zone il maltempo ci ha reso tutto più difficile. Per due settimane abbiamo girovagato in attesa che si aprisse una finestra di “bel tempo”, quando arrivò partimmo immediatamente. La scalata andò benissimo, tranne per una sezione centrale un po' complessa. Dopo una intera giornata siamo arrivati in cima. Partimmo alle tre del pomeriggio e arrivammo alle 4 del mattino. Non ce ne accorgemmo però, perché lì c’è luce anche di notte”.
Nel suo ‘curriculum di viaggio’ anche Marocco, Pakistan, Patagonia e le pareti verticali degli Stati Uniti. “Viaggiare e vedere posti nuovi è vitale per me - conclude -, e nel mondo vi sono vette incredibili. Ma più viaggio, più vedo posti nuovi più mi rendo conto di quanto siamo fortunati noi italiani ad avere le nostre meravigliose Alpi qui vicino”.
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