VOCE
lo studio
14.03.2025 - 11:00
Fra 2023 e 2024 i polesani iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero sono passati da 20.485 a 23.420. Ovvero quasi 3mila in più in 12 mesi, con un incremento di oltre il 15%. Il tutto mentre, invece, la popolazione residente ha subito una flessione di circa mezzo migliaio di abitanti, da 227.941 a 227.448, con il bilancio del quinquennio che arriva a quasi 7.500 abitanti persi. L’ulteriore incremento dei polesani residenti all’estero è un’ulteriore emorragia in un territorio che sta vivendo un drammatico spopolamento, che secondo le statistiche sperimentali di Istat, nello scenario “ottimistico” nel 2043 lo porterà a 202.619 residenti.
La Fondazione Nordest, per definire le dinamiche demografiche in atto parla di “glaciazione” per commentare il generalizzato calo di residenti che in un orizzonte di tre lustri viene stimato 387mila residenti in meno in Veneto e di oltre 2,3 milioni in tutto il Nord da qui al 2040. Glaciazione e non inverno, perché, si rimarca, “inverno è una stagione nel ciclo annuale, cui segue sempre la primavera, nel nostro caso, invece, non c’è alcuna primavera alle viste, ma un lungo periodo di gelo crescente nelle dinamiche della popolazione. Una glaciazione, appunto”.
E se la glaciazione è in atto in tutto il Veneto, figuriamoci a Rovigo, che ha indici demografici meno rosei di tutta la regione. “Noi di solito, quando vogliamo prendere esempi qualitativi del Veneto vediamo cosa succede a Belluno e Rovigo, perché sono 15 anni avanti”, sottolinea il dottor Lorenzo Di Lenna, ricercatore Fondazione Nordest.
Il calo del numero degli abitanti, però, non è solo un indice algebrico. Ha degli impatti concreti e proprio Di Lenna rimarca: “Innanzitutto bisogna evidenziare che la popolazione non diminuisce in modo omogeneo fra le diverse classi di età e che la coorte superiore ai 65 anni è in realtà in crescita mentre a diminuire in maniera netta è la componente giovanile. E questo porta con sé conseguenze dirette e indirette. Fra le conseguenze dirette c’è la carenza nel numero dei lavoratori, che già si riscontra nel presente, senza andare a scomodare il sistema pensionistico che ha dinamiche nazionali”.
Guardando al Polesine, però, si può notare come, in effetti, fra 2014 e 2024 i giovani fra 15 e 34 anni sono passati da 45.686 a 39.831, quindi con un calo in valore assoluto di 5.855 ragazzi, che equivale in percentuale al -12,8%. Per capire meglio la portata devastante di questo numero, basta vedere che il dato medio del Veneto è di una flessione del -0,6%. Ma l’aspetto ancora più inquietante è che in valore assoluto il calo a livello regionale è di 5.448 residenti nella fascia di età 15-35 anni: una flessione inferiore a quella del Polesine. Questo significa che, senza il Polesine il dato Veneto sarebbe in attivo. E che, sostanzialmente, tutta la “perdita” dei giovani è localizzata nella provincia di Rovigo. Che ha valori solo leggermente inferiori a quello dell’Abruzzo, pari al -13,8%, ma superiori a quello della Campania, al -12,5%, due regioni ad alto tasso di “fuga” dei giovani.
A proposito di fuga, tornando ai dati Aire, in Polesine fra 2013 e 2023 gli iscritti sono più che raddoppiati, da 9.733, a 20.485. Un numero che supera anche quello dei residenti nel secondo comune più popoloso della provincia, Adria. Poco meno del 9% dell’intera popolazione, in linea con la media del Veneto, che valeva la 59esima posizione in Italia, dopo gran parte del Sud, ma anche di svariate province del Nord, a cominciare da Belluno, che con il 29,3% è ottavo, mentre Treviso è al 18esimo posto con il 16,9%. Tuttavia, con l’ulteriore aumento fra 2023 e 2024, il rapporto di “expat” rispetto ai residenti nella nostra provincia è salito al 10,3%.
Fra l’altro, guardando al quinquennio fra 2019 e 2023, Rovigo è la seconda provincia in Italia per l’aumento percentuale di iscritti all’Aire, il 39,7% in più. Da 14.667 di cinque anni fa ai 20.485 del 2023. Una vera e propria fuga, seconda in percentuale solo a quella di Mantova, altra provincia padana. Al 31 dicembre 2019, alla vigilia dello scoppio della pandemia, i polesani iscritti all’Aire erano già saliti a 15.946, mentre l’anno dopo sono passati a 17.092, arrivando a 18.632 il primo gennaio del 2022. Significativo, poi, che proprio nel 2022 il capoluogo Rovigo sia entrato nel novero dei 25 comuni veneti con il più alto numero di iscritti Aire.
L’ultima pubblicazione della Fondazione Nordest è proprio “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero”, nella quale si evidenzia come in tredici anni, dal 2011 al 2023, sono 550 mila i giovani italiani di 18-34 anni emigrati all’estero. Al netto dei rientri, il dato è pari a 377 mila. Si stima che al capitale umano uscito corrisponda un valore di 134 miliardi, cifra che potrebbe triplicarsi se si considera la sottovalutazione dei dati ufficiali. Come rimarca Di Lenna, “oggi siamo alla seconda o terza generazione Erasmus, i giovani hanno grande propensione all’apertura verso il mondo e il desiderio di fare esperienze internazionali. Il problema, però, come abbiamo riscontrato, non è tanto l’uscita, quanto la fuga, perché i giovani non rientrano”.
Tornando alla “glaciazione avanzata” del Polesine, il ricercatore della Fondazione Nordest mette in evidenza anche le “conseguenze indirette” del calo del numero dei giovani: “Noi ci teniamo sempre a sottolineare che fra gli effetti indiretti ci sono quelli che riguardano la transizione digitale e la transizione ecologica. Perché se i giovani sono chiamati nativi digitali c’è un motivo: hanno maggiori competenze, skills, legate al mondo digitale e propensione e voglia di innovare decisamente superiori rispetto a chi è più avanti con l’età. E cosa significhi questo per il tessuto socioeconomico è facile capirlo. Allo stesso modo anche sul fronte della sostenibilità ambientale i giovani hanno una sensibilità più spiccata. Inoltre, c’è anche una maggiore capacità di apertura al mondo. Quindi in sostanza una maggiore capacità di innovazione e respiro internazionale”.
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