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IL CASO

Bombe e veleni: predoni in azione

Non solo elettrostorditori: i pescatori di frodo usano verderame ed esplosivi. E nel Delta c’è paura

Bombe e veleni: predoni in azione

I predoni dei fiumi sono tornati. Anzi, non se ne sono mai andati. Non pescano più nel Po, dove ormai “non è rimasto nulla”, dice chi il fiume lo conosce bene, ma prediligono i canali interni di cui il nostro Polesine abbonda. I metodi, però, sono sempre gli stessi: niente amo né lenza, ma elettrostorditori, bombe e sostanze chimiche. Quel pesce, poi, finisce (anche) nei nostri mercati, oltre a riempire la “borsa nera” sia in Italia che sulla rotta dell’Est Europa.

A vederli lì, nelle cassette di polistirolo pronte alla vendita, sembrano esemplari come tanti altri. Non per uno sguardo esperto: “Guarda gli occhi, sono fuori dalle orbite. Questo è pesce che ha ‘preso la corrente’. Guarda la livrea: non vengono da acque primarie”. A farci da guida è Gianluca Mirimin, tagliolese, pescatore sportivo per passione ma figlio e nipote di veri “lupi di fiume”: “Sia mia nonno che, poi, i miei genitori, hanno fatto i pescatori di professione. Noi il Po lo conosciamo bene”, dice.

E sul Po, dopo che quelle generazioni di pescatori polesani sono andate in pensione, una quindicina d’anni fa imperversavano i predoni, “gente dell’Est”, come li ricordano da queste parti, lipoveni provenienti dal distretto di Tulcea, “ex militari del blocco sovietico che dopo la fine del regime si sono inventati questo nuovo lavoro”, si diceva all’epoca. E più di qualcuno parlava di guardie armate sulle rive dei fiumi a difesa dei “colleghi” impegnati nella pesca di frodo.

Una pesca effettuata con metodi illegali, e che ancor oggi, nei canali polesani, viene fatta in questo modo. “I predoni dei fiumi usano gli elettrostorditori - conferma Mirimin - con le batterie scaricano la corrente nell’acqua, stordendo i pesci che a quel punto vengono a galla e possono essere facilmente raccolti”. Ma non solo: “Un’altra tecnica consiste nell’utilizzo di sostanze chimiche come il verderame, con cui ottengono lo stesso effetto. E poi ci sono le bombe vere e proprie, che creano esplosioni sotto l’acqua e fanno emergere il pesce”. Tutto quello che c’è, si prende: il siluro, certo, che viene poi indirizzato verso l’Est dove è ancora richiestissimo, ma anche “cefalo, lucioperca, carpe”, che finiscono sulle nostre tavole. E se, in quelle cassette di polistirolo, il pesce sembra tutto uguale, il problema, spesso, è quello che c’è dietro: “Il pescato viene stipato per giorni e trasportato in furgoncini non termici, pieni all’inverosimile anche senza tanti riguardi per le condizioni igieniche”, denuncia Mirimin. Che guarda, poi, anche alla vecchia questione ambientale: “I pescatori una volta avevano attenzione per i nostri fiumi. I bracconieri, invece, dove vanno lasciano la devastazione: la situazione è insostenibile”. I predoni, del resto, agiscono di notte, nei canali più piccoli dove la pesca sarebbe vietata, e nessuno riesce a fermarli. “Servirebbero più controlli”: un auspicio che, da queste parti, esprimono in tanti.

Ma la speranza è ai minimi termini. “Negli anni abbiamo alzato la voce: si sono anche organizzate manifestazioni, petizioni e raccolte firme contro i bracconieri - dicono - ma il problema è rimasto e la voglia di combattere è calata. Qualcuno ha anche paura di esporsi, ma la situazione qui nel Delta continua a essere grave”.

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