VOCE
CRONACA
07.01.2026 - 22:00
Non un’invasione, ma un acquisto. Con una precisazione che pesa come un macigno: “l’opzione militare è sul tavolo”. A riaccendere i riflettori sulle ambizioni degli Stati Uniti sulla Groenlandia è l’amministrazione di Donald Trump, attraverso dichiarazioni del segretario di Stato e della Casa Bianca che confermano come il dossier sia tornato prioritario per la sicurezza nazionale americana. L’idea, già avanzata nel 2019 durante il primo mandato di Trump, è tornata d’attualità, nonostante l’opposizione netta di Danimarca, da cui la Groenlandia dipende formalmente.
Comprare la Groenlandia, non annetterla
Secondo indiscrezioni rilanciate dalla stampa internazionale, Washington starebbe valutando una formula alternativa all’annessione: un Compact of Free Association (Cofa), un Trattato di Libera Associazione già utilizzato dagli Stati Uniti con piccoli Stati del Pacifico come Micronesia, Isole Marshall e Palau. In base a questo schema, la Groenlandia otterrebbe piena autonomia interna e riconoscimento internazionale, mentre gli Stati Uniti si farebbero carico della difesa, installando basi militari strategiche sul territorio. Una sorta di scambio: sicurezza in cambio di autonomia.
Perché il piano è giuridicamente fragile
Il nodo centrale è però giuridico. La Groenlandia non è uno Stato sovrano, ma parte integrante del Regno di Danimarca, pur godendo di ampia autonomia grazie alla legge sull’autogoverno del 2009. Come spiegano diversi esperti di diritto internazionale, qualsiasi accordo di questo tipo richiederebbe il consenso sia di Copenaghen sia del popolo groenlandese, attraverso un percorso democratico di autodeterminazione. Condizione che oggi non esiste. Parlare di “colonia” danese, inoltre, è considerato scorretto: l’isola ha ottenuto l’Home Rule nel 1979 e il Self-Government trent’anni dopo, con il diritto esplicito di scegliere un’eventuale indipendenza futura.
I precedenti storici non bastano
È vero che nella storia non mancano esempi di territori ceduti dietro pagamento – come la Louisiana nel 1803 o l’Alaska nel 1867 – ma si tratta di casi lontani nel tempo e inseriti in contesti geopolitici completamente diversi. Oggi, sottolineano i giuristi, una simile transazione sarebbe possibile solo con l’accordo di tutte le parti coinvolte, Groenlandia inclusa.
Perché Trump vuole davvero la Groenlandia
La ragione è strategica. L’isola si trova nel cuore del GIUK Gap (Groenlandia-Islanda-Regno Unito), un corridoio fondamentale per il controllo dei movimenti navali e sottomarini russi e cinesi nell’Atlantico del Nord e nell’Artico. A questo si aggiunge l’interesse per minerali rari, risorse energetiche e nuove rotte commerciali rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci. La Casa Bianca lo dice apertamente: la Groenlandia è vista come una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
L’ipotesi militare e le pressioni “soft”
Pur ribadendo che l’obiettivo resta l’acquisto, l’amministrazione Trump non esclude l’uso della forza. Una prospettiva che solleva interrogativi pesantissimi: gli Stati Uniti arriverebbero davvero a uno scontro con un Paese Nato come la Danimarca? Più probabile, secondo alcuni analisti, una strategia graduale: presenza economica, investimenti, uffici americani a Nuuk, supporto diretto ai cittadini groenlandesi. Una penetrazione lenta, silenziosa, ma costante.
La carta europea: l’ingresso nella Ue
In Europa prende forma un’ipotesi alternativa per bloccare le mire americane: il ritorno della Groenlandia nell’Unione Europea, da cui è uscita nel 1985. Se l’isola tornasse sotto l’ombrello comunitario, un’eventuale annessione o acquisizione da parte degli Stati Uniti diventerebbe molto più complessa. Ma il dibattito è ancora debole e tardivo. Secondo diversi osservatori, l’Unione europea appare divisa e timorosa di irritare Washington, incapace di esprimere una posizione forte e compatta a sostegno di Danimarca e Groenlandia.
Un confronto destinato a crescere
Quel che è certo è che la questione Groenlandia non è più una boutade estemporanea di Trump. È diventata un dossier strategico, con implicazioni militari, economiche e politiche che toccano l’equilibrio tra Stati Uniti, Europa e potenze rivali. E mentre Washington accelera, Bruxelles e Copenaghen sono chiamate a decidere se reagire davvero o restare a guardare.
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