VOCE
CRONACA
09.01.2026 - 20:00
Più di quattro anni di chemioterapia per un tumore inesistente. La Corte d’Appello di Firenze ha condannato l’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa a risarcire con circa 500 mila euro una donna oggi 47enne, a cui era stato diagnosticato erroneamente un linfoma intestinale in fase terminale. Per i giudici, le cure somministrate hanno causato gravi conseguenze fisiche e psicologiche, compromettendo in modo permanente la qualità della vita della paziente.
La diagnosi sbagliata
La vicenda risale al 2006, quando la donna si era rivolta all’ospedale di Volterra per un intervento di ortopedia. Durante gli esami preliminari, i medici rilevano un’anomalia nei globuli bianchi e formulano la diagnosi di linfoma intestinale. Dal gennaio dell’anno successivo la paziente viene sottoposta a chemioterapia, cortisone e steroidi, terapie che proseguono fino al 2011.
Solo cinque anni dopo, una nuova biopsia eseguita a Genova smentisce completamente la diagnosi iniziale: il tumore non è mai esistito.
Le conseguenze delle cure inutili
Nel frattempo, le terapie invasive e non necessarie hanno prodotto effetti devastanti. La donna ha sviluppato squilibri ormonali, osteoporosi con fratture, disturbi depressivi e ansiosi, oltre ad altre patologie che hanno richiesto ulteriori trattamenti e interventi medici. Un danno complessivo che i giudici hanno definito grave e permanente.
La difesa dell’ospedale
Dopo un tentativo di risoluzione stragiudiziale fallito, la 47enne ha citato in giudizio l’azienda ospedaliera davanti al tribunale civile di Pisa. La difesa ha sostenuto che il caso clinico fosse complesso e difficile da interpretare, rivendicando la correttezza dell’approccio terapeutico adottato.
Tesi respinta dalla consulenza tecnica disposta dal tribunale, secondo cui non vi erano elementi clinici, sintomi né esami tali da giustificare la diagnosi di linfoma e, soprattutto, l’avvio di cure così aggressive.
La sentenza definitiva
Nel 2024 era già arrivata una prima condanna per colpa medica, con un risarcimento di 258 mila euro. Ma la Corte d’Appello di Firenze ha rivisto al rialzo la decisione, stabilendo che l’invalidità permanente fosse pari al 60% (e non al 40% come in primo grado) e riconoscendo anche la “personalizzazione del danno”.
I giudici hanno sottolineato l’eccezionale sofferenza psicologica provocata dalla diagnosi di un tumore terminale, che ha costretto la donna a vivere per anni con la costante paura di morire. Il risarcimento complessivo sale così a circa 500 mila euro, a cui si aggiungeranno gli interessi.
Una sentenza che ribadisce come un errore diagnostico possa avere effetti devastanti, non solo sul corpo ma anche sulla vita e sull’equilibrio psicologico delle persone.
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