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ECONOMIA

Stipendi, addio al segreto salariale

La direttiva Ue rende obbligatoria la trasparenza retributiva

Stipendi, addio al segreto salariale

Entro giugno 2026 anche l’Italia dovrà recepire la direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza salariale, una riforma destinata a cambiare in modo profondo i rapporti di lavoro. L’obiettivo è chiaro: ridurre il divario retributivo di genere e combattere le discriminazioni rendendo più trasparenti stipendi, carriere e criteri di valutazione, fin dalla fase di assunzione.

La direttiva coinvolge lavoratrici e lavoratori, ma anche datori di lavoro pubblici e privati, imponendo nuove regole che vanno dagli annunci di lavoro alle progressioni di carriera. Secondo l’Unione europea, la mancanza di trasparenza è uno dei principali ostacoli alla parità salariale.

Cosa prevede la direttiva

La direttiva stabilisce che le imprese saranno obbligate a fornire informazioni sulle retribuzioni e a intervenire se il divario retributivo di genere supera il 5% e non è giustificabile con criteri oggettivi. Sono previste anche sanzioni, comprese ammende, e il diritto al risarcimento per chi subisce una discriminazione salariale.

Come spiega l’Ue, la riforma "mira a combattere la discriminazione retributiva e contribuire a colmare il divario retributivo di genere nell’Unione", rafforzando il principio della parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.

I numeri del gender pay gap

Secondo Eurostat, nel 2020 il divario retributivo medio nell’Ue era intorno al 12-12,7%: a parità di ore lavorate, le donne guadagnano in media il 12% in meno degli uomini. Le conseguenze sono di lungo periodo: maggiore rischio di povertà, minore qualità della vita e un divario pensionistico che nell’Ue arriva al 26,1%. In Italia, secondo i dati Inps, le donne guadagnano mediamente il 25% in meno, soprattutto a causa di carriere discontinue e contratti instabili.

Trasparenza già prima dell’assunzione

Una delle novità più rilevanti riguarda la fase di selezione. I datori di lavoro saranno obbligati a indicare la retribuzione iniziale o la fascia retributiva negli annunci di lavoro o comunque prima del colloquio. Inoltre, sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sugli stipendi percepiti in precedenza, una pratica che spesso perpetua le disuguaglianze.

Il diritto di sapere quanto si guadagna

Una volta assunti, lavoratori e lavoratrici avranno il diritto di chiedere informazioni sui livelli retributivi medi, suddivisi per sesso, relativi a chi svolge lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Non si tratta di conoscere lo stipendio preciso dei colleghi, ma di poter confrontare il proprio trattamento economico con dati aggregati. Le aziende dovranno rispondere entro due mesi.

Dovranno inoltre rendere trasparenti i criteri di progressione retributiva e di carriera, che dovranno essere oggettivi e neutrali rispetto al genere.

Obblighi per le aziende

Dal giugno 2027, le imprese con più di 250 dipendenti saranno tenute a comunicare annualmente alle autorità competenti i dati sul divario retributivo di genere. Per le aziende più piccole l’obbligo scatterà ogni tre anni, mentre quelle con meno di 100 dipendenti saranno escluse dagli adempimenti di comunicazione.

Se emerge un divario superiore al 5% non giustificato, le aziende dovranno avviare una valutazione congiunta delle retribuzioni insieme ai rappresentanti dei lavoratori, prima di arrivare al contenzioso.

Risarcimenti e inversione dell’onere della prova

La direttiva introduce una tutela rafforzata per chi subisce discriminazioni. Le lavoratrici e i lavoratori potranno ottenere il recupero integrale delle retribuzioni arretrate, compresi bonus e benefit. Inoltre, cambia un principio chiave: l’onere della prova si sposta sul datore di lavoro, che dovrà dimostrare di non aver violato le norme sulla parità salariale.

In caso di violazioni, le sanzioni dovranno essere “efficaci, proporzionate e dissuasive”, come richiesto dall’Ue.

Recepimento in Italia

La direttiva è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Ue nel maggio 2023 e gli Stati membri hanno tre anni per adeguarsi. Entro giugno 2026 anche l’Italia dovrà recepirla. Il ministero del Lavoro sta lavorando a un decreto legislativo, con il supporto tecnico dell’Inapp e il coinvolgimento di sindacati e parti sociali.

La trasparenza salariale, sottolinea l’Unione europea, non serve solo a correggere le disuguaglianze, ma anche a far emergere discriminazioni spesso inconsapevoli, rendendo il mercato del lavoro più equo e meritocratico.

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