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POLITICA
24.01.2026 - 18:00
Il principio del consenso esce dal disegno di legge sulla violenza sessuale. Nella nuova riformulazione del cosiddetto ddl stupro, presentata il 22 gennaio dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, la parola “consenso” scompare del tutto, sostituita dal concetto di “volontà contraria” o di “dissenso”. Una modifica che ha fatto esplodere la polemica politica e provocato la dura reazione del Partito democratico, che parla di un testo “snaturato” e “irricevibile”.
Il riferimento è alla proposta bipartisan Pd–FdI, costruita attorno al principio del “consenso libero e attuale”, frutto di un accordo politico tra Elly Schlein e Giorgia Meloni e approvata all’unanimità alla Camera. Al Senato, però, l’iter si è fermato e a Bongiorno è stato affidato il compito di riformulare il testo.
Cosa cambia nella nuova versione
Nella proposta al vaglio della Commissione Giustizia del Senato, il fulcro non è più il consenso espresso, ma l’assenza di dissenso. Il testo stabilisce che: “La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”. L’atto è considerato contrario alla volontà anche se avviene “a sorpresa” o approfittando dell’impossibilità, nelle circostanze concrete, di esprimere dissenso.
Secondo i critici, questo impianto rischia di rovesciare il peso della prova sul piano giudiziario, costringendo la persona offesa a dimostrare di non aver potuto manifestare il proprio dissenso, invece di fondare il reato sulla mancanza di un consenso chiaro.
Pene più basse e sistema sanzionatorio rivisto
La riformulazione interviene anche sulle pene. Per la violenza sessuale “semplice”, la reclusione scende a 4–10 anni, rispetto ai 6–12 anni previsti dal testo originario. Resta invece la forbice 6–12 anni nei casi aggravati, come violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittamento di condizioni di inferiorità fisica o psichica. È prevista inoltre una riduzione fino a due terzi per i casi di minore gravità.
L’ira del Pd: “Si torna agli anni ’50”
Durissima la reazione della relatrice dem Michela Di Biase, che parla apertamente di regressione culturale. “Non è un semplice passo indietro, è un salto carpiato all’indietro”, dice ad Open. “Così si torna alle sentenze degli anni ’50. Il consenso era il cuore della riforma e rappresentava uno scatto culturale necessario”.
Secondo Di Biase, la nuova versione tradisce l’accordo politico e si discosta anche dagli orientamenti più recenti della Corte di Cassazione, oltre che dalla Convenzione di Istanbul, che pone il consenso al centro della definizione di violenza sessuale. “Dire che si tratta solo di aggiustamenti tecnici non corrisponde al vero: il testo è stato stravolto”, afferma.
Un testo che divide la maggioranza e blocca l’intesa
Nel Pd il clima è di forte tensione. La riforma, inizialmente salutata come una svolta storica, ora rischia di trasformarsi in un terreno di scontro politico e culturale. Per i dem, senza il consenso esplicito nella norma, il ddl perde la sua funzione di tutela reale delle vittime.
La partita resta aperta in Commissione, ma una cosa è chiara: l’intesa bipartisan sul ddl stupro non esiste più.
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