VOCE
LAVORO
10.02.2026 - 12:06
Il lavoro dei rider in Italia continua a essere caratterizzato da compensi contenuti, turni lunghi e costi spesso a carico dei lavoratori. A tracciare il quadro è un dossier realizzato nel 2025 da Nidil Cgil, basato su circa 500 questionari raccolti in tutta Italia in più lingue, che analizza condizioni economiche, sicurezza e organizzazione del lavoro nel settore del food delivery.
Chi sono i rider
Dalla ricerca emerge un identikit abbastanza definito. La grande maggioranza dei rider è composta da uomini (oltre il 90%), in prevalenza giovani: circa due terzi hanno tra i 21 e i 39 anni. Una quota significativa è formata da lavoratori migranti, provenienti in particolare da Paesi africani, dall’Europa orientale e dall’area mediterranea.
Quanto guadagnano
Il dato più evidente riguarda i compensi. Oltre la metà degli intervistati dichiara di percepire tra 2 e 4 euro lordi a consegna. In questa cifra rientra tutto: tempi di attesa nei ristoranti, traffico, chilometri percorsi e spese per il mezzo utilizzato. Se i tempi si allungano o i costi aumentano, il rischio economico resta quasi sempre sulle spalle del rider.
Non sorprende quindi che più della metà dei lavoratori rifiuti alcune consegne quando il compenso è ritenuto troppo basso. Anche i percorsi suggeriti dalle applicazioni, secondo molti intervistati, risultano talvolta poco adatti al mezzo utilizzato o alle condizioni del traffico, con effetti sia sui tempi sia sulla retribuzione finale.
Lavorare per più piattaforme
Un altro elemento che emerge è la diffusione del lavoro su più app contemporaneamente. Oggi oltre il 50% dei rider collabora con più piattaforme, passando da un servizio all’altro per mantenere un reddito più stabile. Tra i lavoratori autonomi, le piattaforme più diffuse risultano Deliveroo e Glovo, mentre Just Eat compare con una presenza minore ma con una differenza significativa: in molti casi utilizza contratti di lavoro subordinato. Per questo, chi lavora con questa azienda spesso affianca altre piattaforme come secondo impiego.
Costi, mezzi e sicurezza
La maggior parte dei rider, oltre il 90%, utilizza mezzi propri. Bici e monopattini elettrici sono molto diffusi, ma una quota consistente lavora in auto, soprattutto fuori dai grandi centri urbani. Due lavoratori su tre percorrono oltre 40 chilometri al giorno, mentre circa un terzo sostiene spese mensili superiori a 200 euro tra carburante, manutenzione e telefono.
Il tema della sicurezza resta critico. La formazione è spesso limitata a brevi corsi online, mentre quella in presenza riguarda una minoranza. Anche i dispositivi di protezione individuale non sempre sono adeguati: in diversi casi risultano assenti o forniti solo parzialmente, e spesso il costo ricade sui lavoratori stessi.
Infortuni e tutele
Particolarmente preoccupante è il dato sugli incidenti: quasi quattro rider su dieci dichiarano di essersi infortunati almeno una volta, ma solo una parte segnala l’episodio. Tra chi ha subito un infortunio, meno di uno su cinque ha ricevuto un risarcimento, mentre molti non hanno ottenuto alcuna compensazione.
Tra le ragioni della sotto-denuncia ci sarebbero il timore di perdere opportunità di lavoro o bonus e una conoscenza limitata delle tutele assicurative. Il sindacato ricorda che la copertura Inail per i rider autonomi è stata introdotta solo nel 2020, mentre in precedenza gli infortuni non erano coperti da tutela obbligatoria.
“Non è un lavoretto”
Secondo il sindacato, i dati mostrano che il food delivery rappresenta per molti un lavoro a tempo pieno, non un’attività occasionale. Come ha spiegato la dirigente Nidil Roberta Turi, "non è un lavoretto, ma un lavoro vero e proprio per la maggior parte degli intervistati, che spesso lavorano sei o sette giorni alla settimana, dalle otto alle dieci ore al giorno".
Dalla ricerca emerge dunque un settore in cui i compensi restano bassi rispetto all’impegno richiesto, mentre costi, rischi e incertezze continuano a gravare in larga parte sui lavoratori.
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