VOCE
CRONACA
06.03.2026 - 17:00
La Camera dei deputati ha respinto la proposta di introdurre in Italia la cosiddetta settimana lavorativa corta, che prevedeva una riduzione dell’orario di lavoro fino a quattro giorni alla settimana senza tagli allo stipendio.
Il progetto di legge, presentato dalle opposizioni Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, è stato di fatto cancellato dopo l’approvazione di un emendamento sostenuto dalla maggioranza di centrodestra.
Il voto dell’Aula ha registrato 132 favorevoli alla soppressione del testo, 90 contrari e 9 astenuti.
Cosa prevedeva la proposta
Il disegno di legge puntava a ridurre gradualmente l’orario di lavoro fino a 32 ore settimanali, mantenendo però lo stesso livello salariale.
Il percorso previsto si articolava in due fasi:
una prima fase di sperimentazione di tre anni, con incentivi alle aziende che adottavano volontariamente orari più brevi attraverso la contrattazione collettiva;
una seconda fase normativa, con la riduzione del limite massimo legale di lavoro da 40 a 36 ore settimanali tramite decreto del governo.
Le 32 ore avrebbero potuto essere distribuite su quattro giorni lavorativi oppure su cinque giornate più brevi.
Le critiche delle opposizioni
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha criticato duramente la decisione della maggioranza, definendola una scelta politica che blocca un confronto su condizioni di lavoro e produttività.
Secondo le opposizioni, la settimana corta potrebbe migliorare la qualità della vita dei lavoratori, favorire la conciliazione tra lavoro e vita privata e aumentare la produttività, come indicato da alcune sperimentazioni in Europa e in diverse aziende.
Anche Nicola Fratoianni, tra i firmatari del disegno di legge, ha criticato la bocciatura sostenendo che la proposta mirava a migliorare le condizioni materiali di milioni di lavoratori.
Le ragioni del centrodestra
La maggioranza ha motivato il voto contrario soprattutto con le possibili ricadute economiche della misura.
Il presidente della commissione Lavoro della Camera Walter Rizzetto ha spiegato che il testo non escludeva esplicitamente l’applicazione della misura anche alla pubblica amministrazione, con il rischio di un aumento significativo del fabbisogno di personale.
Secondo le valutazioni della Ragioneria Generale dello Stato, la misura avrebbe potuto comportare costi non quantificabili per le finanze pubbliche, soprattutto considerando gli incentivi previsti per le imprese.
Nel dibattito parlamentare è stato stimato che le risorse necessarie avrebbero potuto arrivare fino a circa 11 miliardi di euro, rispetto agli 8,5 miliardi inizialmente previsti.
La bocciatura del ddl chiude per ora il percorso legislativo sulla settimana corta in Italia, ma il tema resta al centro del dibattito politico e sindacale sul futuro dell’organizzazione del lavoro.
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