VOCE
CRONACA
29.03.2026 - 09:45
Le pratiche di conversione per le persone LGBTQIA+ entrano ufficialmente nell’agenda europea dopo che un’iniziativa dei cittadini ha superato il milione di firme, costringendo le istituzioni Ue ad affrontare il tema. Entro le prossime settimane, la Commissione europea dovrà chiarire se e come intervenire con una proposta legislativa.
Cosa sono e perché sono al centro del dibattito
Le cosiddette terapie di conversione comprendono pratiche volte a modificare orientamento sessuale o identità di genere, spesso prive di basi scientifiche. Organismi internazionali le considerano forme di trattamento dannoso, con conseguenze psicologiche e fisiche anche gravi.
Questi interventi possono assumere forme diverse, da approcci pseudo-medici a contesti religiosi, ma sono accomunati da un impatto negativo sulla salute e sull’autodeterminazione delle persone coinvolte.
La proposta: un divieto europeo
L’iniziativa punta a introdurre un divieto vincolante valido in tutti i 27 Paesi membri, inserendo queste pratiche tra i reati riconosciuti a livello europeo.
Tra gli obiettivi principali:
Un’Europa divisa
Il dibattito politico resta però frammentato. Da un lato c’è chi sostiene la necessità di una legge europea uniforme per vietare pratiche considerate lesive dei diritti fondamentali. Dall’altro emergono timori legati al rischio di interferenze con ambiti come libertà personale, familiare e religiosa, soprattutto se la normativa dovesse essere troppo ampia.
Questa divisione riflette posizioni molto diverse tra i Paesi membri e tra i gruppi politici europei.
Dove sono già vietate (e dove no)
Attualmente, solo alcuni Stati membri hanno introdotto divieti espliciti, tra cui Belgio, Francia, Germania, Spagna e Malta. Tuttavia, le norme variano: in alcuni casi riguardano solo i minori o persone vulnerabili, in altri si estendono anche agli adulti.
In Italia, invece, non esiste ancora una legge specifica. Le pratiche sono considerate contrarie all’etica professionale in ambito sanitario, ma non costituiscono un reato autonomo.
La decisione attesa da Bruxelles
Il passaggio decisivo ora spetta alla Commissione europea, chiamata a indicare se trasformare la richiesta dei cittadini in una proposta legislativa concreta.
La scelta avrà un peso significativo: potrebbe portare a una regolamentazione comune in tutta l’Unione oppure lasciare agli Stati membri la gestione del tema, mantenendo l’attuale quadro frammentato.
Un tema tra diritti e legislazione
La questione delle terapie di conversione si inserisce in un contesto più ampio che riguarda diritti fondamentali, tutela della persona e limiti dell’intervento normativo europeo.
Il confronto resta aperto, ma segna un passaggio importante: la pressione della società civile sta spingendo l’Europa a prendere posizione su un tema finora regolato in modo disomogeneo.
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