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CRONACA

Bar in crisi, oltre 10mila chiusure in un anno

Costi in aumento e consumi che cambiano mettono in difficoltà il modello tradizionale

Bar in crisi, oltre 10mila chiusure in un anno

Il 2025 segna un nuovo arretramento per i bar italiani. Secondo il Rapporto Ristorazione 2026 della FIPE, hanno chiuso 10.529 attività a fronte di 3.950 nuove aperture, con una perdita netta di 6.579 imprese. Un calo che conferma un trend negativo ormai strutturale.

A livello territoriale, la Lombardia registra il dato peggiore, seguita da Lazio e Veneto, a dimostrazione di una difficoltà diffusa anche nelle aree economicamente più forti.

Un settore che cambia più che scomparire
Dietro i numeri non c’è solo una contrazione, ma una trasformazione profonda. Una parte consistente delle chiusure riguarda infatti attività che non cessano davvero, ma cambiano configurazione.

Negli ultimi anni molti bar hanno modificato il proprio codice Ateco, evolvendo verso formule ibride. Nel periodo tra il 2019 e il 2022, quasi la metà delle uscite dal mercato è stata in realtà una riconversione, segnale di un settore che si adatta per sopravvivere.

Margini bassi e costi sempre più alti
Il nodo principale resta economico. Lo scontrino medio si ferma poco sopra i 4 euro, troppo poco per sostenere costi fissi in continua crescita come affitti, energia e personale.

Il bar tradizionale è un’attività ad alta intensità di lavoro e marginalità ridotta, spesso aperta fino a 14 ore al giorno per tutta la settimana. In questo contesto, anche nei momenti di scarsa affluenza, i costi continuano a pesare.

Per questo molti esercenti ampliano l’offerta: pranzi veloci, aperitivi e food service diventano strumenti indispensabili per aumentare lo scontrino medio e riequilibrare i conti.

La crisi invisibile e i nuovi modelli
La trasformazione del settore è stata definita come una crisi invisibile, perché i numeri delle chiusure non raccontano da soli il fenomeno.

Il passaggio a modelli più completi consente di sfruttare meglio i costi già sostenuti. In particolare, il pranzo rappresenta la leva principale, capace di incrementare i ricavi senza incidere in modo significativo sulle spese fisse.

In questo scenario, il bar centrato solo su colazioni e consumazioni rapide diventa sempre meno competitivo.

Consumatori diversi e nuove abitudini
A cambiare non sono solo i locali, ma anche i clienti. Le nuove generazioni abbandonano il modello tradizionale di pasti scanditi, preferendo pause più brevi e distribuite durante la giornata.

Incidono anche fattori esterni: lo smart working ha modificato i ritmi quotidiani, mentre le norme più rigide sulla guida influenzano il consumo di alcolici, con effetti diretti sull’aperitivo.

A sostenere il comparto è soprattutto il turismo internazionale, cresciuto del 20% rispetto al 2019, che ha compensato il calo della domanda interna, soprattutto nelle città più visitate.

Lavoro sempre più pesante e meno attrattivo
Alla difficoltà economica si affianca un cambiamento sociale. Il lavoro nel settore resta impegnativo: la maggioranza degli imprenditori supera le 40 ore settimanali, e molti arrivano oltre le 60.

Questo carico rende sempre più difficile il ricambio generazionale. Quasi la metà degli operatori preferisce che i figli scelgano percorsi diversi, segnando una frattura rispetto al modello familiare che per anni ha sostenuto il settore.

Il futuro tra trasformazione e sostegni
Il bar italiano non è destinato a scomparire, ma a cambiare forma. Le prospettive restano incerte e legate a variabili esterne come energia, inflazione e turismo.

A resistere saranno soprattutto le attività capaci di differenziarsi e offrire servizi a maggiore valore. Allo stesso tempo, emergono richieste di intervento pubblico: sgravi sul lavoro festivo, formazione più pratica e incentivi al passaggio generazionale.

Un segnale positivo arriva dal Trentino, unica area in controtendenza nel 2025, dove politiche di sostegno alle piccole imprese e una maggiore stabilità economica hanno favorito la tenuta del settore.

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