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CRONACA

“Lei non sa chi sono io” non è reato, lo chiarisce la Cassazione

Assolto un 20enne fermato a un posto di blocco, respinto il ricorso della procura

“Lei non sa chi sono io” non è reato, lo chiarisce la Cassazione

Pronunciare la frase “lei non sa chi sono io” davanti a un agente non costituisce reato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha confermato l’assoluzione di un giovane fermato durante un controllo stradale.

Il caso al posto di blocco
La vicenda nasce da un controllo avvenuto nel 2024. Il ragazzo, ventenne, aveva reagito in modo agitato durante la verifica, pronunciando frasi provocatorie e mostrando un atteggiamento poco collaborativo.

Secondo l’accusa, il comportamento poteva configurare il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Ma già in primo grado il giudice aveva escluso questa ipotesi, arrivando all’assoluzione.

Le frasi non bastano per il reato
La Procura di Gela aveva impugnato la decisione, ma la Cassazione ha respinto il ricorso.

I giudici hanno chiarito che espressioni come quella pronunciata dal giovane, pur risultando maleducate o offensive, non sono sufficienti per configurare un reato penale se non accompagnate da comportamenti violenti o minacciosi concreti.

Nessuna violenza contro gli agenti
Elemento decisivo è stato proprio questo: durante il controllo non sono stati riscontrati atti di violenza fisica o resistenza attiva nei confronti delle forze dell’ordine.

L’agitazione e le parole pronunciate sono state considerate insulti o atteggiamenti sopra le righe, ma non tali da integrare una condotta penalmente rilevante.

Un principio chiarito
La decisione ribadisce un orientamento consolidato: il reato di resistenza richiede comportamenti concreti e non solo frasi provocatorie.

Un chiarimento che distingue tra maleducazione e responsabilità penale, fissando un limite preciso su cosa può essere perseguito davanti alla legge.

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