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Le gioie e le amarezze di don Antonio

Don Fantinati ricorda l’esperienza missionaria di monsignor Donà in Brasile durata sette anni. Questa sera, sabato 13 giugno, alle 19 il vescovo celebra la messa in suffragio dell’arciprete scomparso.

Le gioie e le amarezze di don Antonio

Don Antonio Donà

E’ il giorno dell’ultimo saluto a monsignor Antonio Donà, quel saluto che non è stato possibile dare il 4 maggio scorso prima che la salma fosse accompagnata al cimitero di San Martino di Venezze per il riposo eterno. Questa sera, sabato 13 giugno, alle 19 in Cattedrale il vescovo Pierantonio celebra la prima messa in suffragio aperta alla comunità e alla presenza dei familiari. Gli accessi in chiesa sono limitati al numero massimo di 200 fedeli nel rispetto delle normative anti contagio Covid 19.

Un aspetto poco noto ma fondamentale della sua vita è l’esperienza missionaria. Particolarmente significativa è la testimonianza di don Gabriele Fantinati che raccolse il testimone ma soprattutto raccolse le testimonianze di quelle persone che avevano ricevuto tanto bene spirituale e materiale da don Antonio.

“Nella primavera del 1974 - ricorda - don Antonio Donà e don Arnaldo Saltarin partirono da San Bortolo per la nascente missione diocesana in Brasile. Li attendeva don Gianni Boscolo, arrivato là l’anno prima e già inserito nella diocesi di Caetité che sarà per 41 anni fonte del nostro servizio missionario. A quel tempo la diocesi, vasta come la Svizzera, con 500mila cattolici, aveva una ventina di parrocchie di estensioni smisurate e neanche 20 sacerdoti. Quasi inutile ricordare che strade asfaltate, energia elettrica, acqua potabile, telefono e altri servizi per noi di uso comune erano solo sogni”.

Ai tre sacerdoti polesani furono affidate le quattro parrocchie più remote: Urandi, Pindai, Sebastià do Laranjeiras e Malhada do Sao Francisco. “Per spostarsi su quelle piste - sottolinea Fantinati - furono obbligati a munirsi di una vecchia Jeep. Quando le strade migliorarono, usarono i ‘maggioloni’ Volkswagen. I nostri sacerdoti si spesero senza misurare le forze e, annunciando il Vangelo, si preoccuparono della promozione umana di quelle persone. A quel tempo la scuola media, che seguiva ai quattro anni delle elementari, era una possibilità per pochissime famiglie. I tre coraggiosi sacerdoti aprirono, con le dovute autorizzazioni statali, la prima scuola media del municipio di Sebastiao Laranjeiras e don Antonio fu il primo preside”.

Si arriva al 1977: al ritorno da un breve soggiorno in Italia, a don Antonio venne affidata un'altra porzione di territorio, più al centro della diocesi: le parrocchie di Caculé, Ibiassucé, Rio do Antonio e Ibitira. Don Arnaldo lo raggiungerà un paio di anni dopo. “In quei centri, più avanzati dal punto di vista socio economico - prosegue il racconto di Fantinati - don Antonio vide altre necessità, come le gravi carenze in campo sanitario. I benestanti potevano spostarsi a San Paolo del Brasile per farsi curare, i poveri dovevano cercare rimedio nelle mani dei curandeiros. Nel 1977 era attiva una piccola maternità, gestita da un’associazione benefica. Don Antonio la trasformò in un piccolo ma funzionale ospedale con pronto soccorso e qualche strumento per piccole chirurgie di urgenza. All’inizio la diocesi tentò di dirigerlo direttamente, ma ben presto le difficoltà nella gestione del personale, consigliarono di affidarlo a un’associazione. Una scelta che rattristò molto don Antonio perché sognava un ospedale per i poveri ma non sempre si rivelò così. Iniziarono malintesi, sofferenze e profonde delusioni. I poveri si schierarono dalla sua parte ma le incomprensioni aumentavano. Nel 1978 fondò il Clube de Màes per l'assistenza a tutto campo delle donne della periferia”.

Fantinati si sofferma su un’altra esperienza di don Antonio. “Nel 1979 fu spettatore di una scena incresciosa: una signora, forse ubriaca, venne picchiata in piazza dalla polizia, lui denunciò il fatto e il poliziotto fu allontanato. Molti apprezzarono, ma tanti altri, per non esporsi, tacquero e si allontanarono da lui. All’inizio del 1980, dopo sette di missione, chiese di rientrare in Italia anticipatamente: si sentiva sfibrato dalla pesantezza del lavoro missionario, pur avendo gioito per il ricongiungimento con don Arnaldo, così pure era addolorato nel vedere svilupparsi una realtà diversa da quella tanto sperata. Il 26 gennaio 1981, nel giorno del suo 35° compleanno, mi accolse all’aeroporto e mi accompagnò nei miei primi passi brasiliani”. La sera 13 giugno dello stesso anno, dopo aver celebrato la festa del patrono, nella cittadina di Rio do Antonio, senza tornare a Caculé a prendersi le sue poche cose, sali sull'autobus che lo portava, dopo 24 ore di viaggio, all'aeroporto.

A questo punto don Gabriele aggiunge una breve riflessione: “Di queste vicende tristi vissute nell'ultima parte della missione non me ne parlò mai, pur avendo passato assieme alcuni mesi. Forse non ne parlò con nessuno. Dopo la sua partenza la gente che avvicinavo mi diceva: ‘Abbiamo perso un grande uomo, saggio, intelligente e dalla parte dei poveri’. E l’espressione dei loro occhi esprimeva la profonda sincerità di quelle parole”. Come Maria, alla quale don Antonio era molto devoto “serbava tutte queste cose nel cuore, meditandole in silenzio”.

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