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L'odissea dei profughi pakistani <br/>affamati dalla burocrazia lumaca

Il caso

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La burocrazia rallenta l'ospitalità per i 21 pakistani da diversi giorni in giro per Rovigo, che di notte dormono in stazione. Ma per loro una soluzione pare essere vicina.
ROVIGO - In gergo li si definisce “dublinanti”. Sono i profughi richiedenti asilo politico della cui assistenza, in base al regolamento di Dublino, se ne deve occupare il Paese comunitario dove sono stati identificati.

E' a causa di queste regole che questi pakistani non possono avere un tetto sulla testa e un pasto caldo al giorno. Ed anche per questo che malattie e contagio possono svilupparsi più facilmente.

Per questi 21 immigrati pakistani una soluzione, cioè un posto dove essere accolti, dovrebbe arrivare nel giro di pochissimi giorni, come assicura l’assessore comunale Di Meo. Anche perché da giorni alcuni di loro dormono in stazione, trasformata in un dormitorio con sacchi a pelo e coperte. Altri addirittura si sistemano, sulle panchine dei giardini Marconi. Altri ancora in casolari abbandonati.

La loro odissea: scappati dalle guerre del Pakistan hanno attraversato Iran, Turchia, Grecia e Balcani prima di arrivare a Rovigo. Pakistani che erano già stati registrati in Stati Ue diversi dall’Italia. Ecco perché non è chiaro di chi sia la competenza e a chi spetti l’accoglienza.

Al momento la loro situazione è monitorata da comune di Rovigo, prefettura e questura. I tre enti stanno cercando una soluzione che potrebbe arrivare dalla decisione di ospitare questi richiedenti asilo nelle strutture presenti sul territorio.



[i][center] Facciamo i conti con la realtà anche quando fa male

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[i]Potrei partire dicendo: avevamo ragione noi. Oppure potrei rispondere ai tanti buonisti-rancorosi che si sono scatenati sui social network minacciandoci di una denuncia per procurato allarme e di una segnalazione all’ordine dei giornalisti. Potrei persino togliermi qualche sassolino dalla scarpa con quei colleghi che sono arrivati a dire: non è una notizia. Vorrà dire che facciamo due lavori diversi e lontani anni luce...

Ma francamente di tutto questo non me ne frega niente. Sono chiacchiere sciocche che lasciano il tempo che trovano. Così come non me ne frega niente di quel manipolo di personaggi che si inalbera al solo sentire la parola “profughi”: qualcuno perché li ritiene la feccia dell’umanità, e qualcuno perché pensa che a loro sia tutto dovuto, compreso nascondere le notizie. Restate pure del vostro parere. Mi dispiace per voi. Ma neppure più di tanto. Quello che mi interessa è invece raccontare la storia di quei 21 disperati (tanti ne abbiamo contati) che dormono alla stazione nonostante siano ammalati; 21 disperati ai quali solo i frati hanno trovato il coraggio di dare un piatto di pasta; che hanno la sfortuna - loro sì - di essere probabilmente profughi veri.

La loro storia è un pugno nello stomaco. Loro non sono fuggiti solo dalla povertà in cerca di una vita migliore. Sono fuggiti da una terra in cui si rischia davvero la vita. E si sono scontrati con una burocrazia sorda e cieca. Se lo Stato trova i soldi e le risorse (tanti soldi e tante risorse) per dare accoglienza a chi arriva con i barconi dalla Libia (e finora tutte le richieste di asilo politico presentate sono state respinte), non può voltarsi dall’altra parte di fronte a chi dorme al freddo in stazione senza possibilità di lavarsi e curarsi. E’ una questione di civiltà, prima di tutto. E di salute pubblica subito dopo. Sui profughi, non nascondiamoci dietro ad un dito, c’è chi ha guadagnato e guadagna tutt’ora. Se lo Stato, o i servizi sociali, o chi volete voi non trova la forza di andare oltre i dettami contenuti nelle carte e nelle norme, un gesto simbolico da parte di chi i 35 euro al giorno per oltre 300 profughi (loro sì “sospetti”) li incassa davvero, e in moneta sonante, non sarebbe solo gradito. Ma dovuto. In questo caso qualche notte al caldo per riprendersi e per mangiare; qualche abito usato per cambiarsi e una doccia per curarsi dalla scabbia sono il prezzo che passa fra la speculazione e l’impegno sociale. L’ho detto. E adesso criticatemi. Se scrivere che non mi piace quanto sta avvenendo da mesi, con persone parcheggiate a 35 euro al giorno in alberghi e ostelli è da fascista, vorrà dire che lo sono (non è vero, ma qualcuno sarà contento così). Se dire che non si possono abbandonare 21 disperati in stazione è da catto-comunisti, vorrà dire che sono pure quello. Fate voi.

Di certo, quando scriviamo una notizia è perché ci sono le pezze di appoggio. Segnalare che ci sono persone ammalate che dormono in stazione; scrivere che la loro situazione potrebbe peggiorare e chiedere che qualcuno intervenga (per il bene loro e della comunità) è un dovere di chi fa questo mestiere. E La Voce - ci dispiace per voi - continuerà a farlo.[/i]


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