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Alloggi di San Pio X <br/> una guerra tra poveri

L'inchiesta

04/02/2016 - 08:00

Il nostro tour degli alloggi parcheggio della città fa tappa nel quartiere San Pio X. In via Scarlatti, nel quartiere, in due palazzine ci sono 24 alloggi parcheggio, cioè dati in uso, per un massimo di tre anni, a famiglie in grave stato di difficoltà e per emergenza abitativa.

Il degrado della zona è piuttosto evidente, provocato dagli stessi residenti, in buona parte stranieri, poco rispettosi degli spazi pubblici a loro concessi mentre altri cittadini non possono nemmeno contare su quel tetto di fortuna, essendo le case tutte piene e gli alloggi vuoti da sistemare con interventi di manutenzione che però, bisogna pagare.

Qui, nel luglio scorso, la situazione era critica: un water in giardino, rifiuti abbandonati nelle parti comuni, materassi lasciati sul retro e in certe notti bivacchi e musica ad alto volume nei garage condominiali. Sono le condizioni verificate dal sindaco e da alcuni assessori comunali durante un sopralluogo risalente appunto alla scorsa estate.

Il Comune, allora, aveva fatto appello al buon senso civico. Ma per alcuni inquilini quella non è “casa” e manca il rispetto. Da allora la situazione non è cambiata moltissimo. In quei condomini vivono persone con molti problemi: economici, di integrazione sociale, personali. Il degrado si trasmette anche fuori dalle porte degli spazi privati. Giardini in abbandono, biciclette a pezzi nei sottoscala, tubi, cartoni sparsi, vecchi pezzi d’arredamento lasciati fuori da chissà quanto tempo. I segni di civiltà non mancano, per inciso: da qualche balcone spuntano vasi per i fiori. Ma nel complesso la zona non è per niente confortevole, all’apparenza. Se poi nessuno se ne prende cura perché tanto quelle case non appartengono a nessuno, il degrado non può che peggiorare.

Ater In Polesine l’Ater gestisce circa 7mila alloggi: casette singole e a schiera, condomini, mini-appartamenti. Un patrimonio immobiliare sociale notevole. E anche difficile da verificare costantemente. Come si fa, per esempio, a controllare che qualcuno non faccia il furbetto? Che qualcuno non continui ad occupare l’appartamento nonostante non abbia più problemi di reddito? Gli inquilini devono, annualmente, presentare dichiarazioni dei redditi, Cud e quant’altro. Ma il “nero”, ovviamente non è tracciato. Ma, inutile negarlo, esiste. L’Ater, con la Guardia di Finanza, fa controlli a campione. Accertamenti annuali su tutti e 7mila gli alloggi e relative situazioni economiche familiari, non sono possibili.

Gli alloggi parcheggio invece sono in capo ai Comuni per tutto: proprietà, manutenzioni, consegna e restituzione: a tutto pensano gli uffici del Comune. rovigo ne ha un centinaio. Qui non ci sono graduatorie e la burocrazia è agevolata proprio perché le case parcheggio vanno oltre l’ordine di precedenza stabilito da bandi e servono per tamponare. Generalmente il Comune le assegna a persone già “note” ai Servizi sociali perciò generalmente non ci sono spazi per i “furbi”.

La situazione Viaggio sotto un tetto di fortuna, quello che in termini tecnici si chiama alloggio parcheggio. Siamo a Rovigo, in uno dei migliori quartieri della città. Dietro l’angolo villette da non meno di 200mila euro. Qui però ci sono le famiglie in difficoltà, che sono state mandate lì dal comune per tamponare appunto l’emergenza. Emergenza sfratto, emergenza disoccupazione, emergenza sociale. In questo condominio tutte queste forme di emergenza si trovano a dover convivere. Non sono appartamenti di lusso, non sono nuovi. Il più delle volte hanno anche dei problemi di manutenzione.

Però, come osserva un inquilino, bisogna essere grati di averli, perché se non ci fossero... La maggior parte delle persone che vivono in questi alloggi la pensano così. Ma non tutti. “C’è gente che non riesce a capire che deve aver rispetto di questa casa, perché anche se non è loro, se non ci fosse starebbe sotto a un ponte!”. A dirlo è un residente di un condominio nel quale si trovano alcuni appartamenti del Comune di Rovigo.

Far convivere diverse persone e famiglie con molti problemi non è semplice. Se poi ci si mettono anche le differenze culturali, il litigio è facile. “Qui sono arrivati i carabinieri diverse volte a sedare degli accesi confronti che solo per miracolo non sono sfociati in rissa. Il problema è che c’è chi vive come in casa propria, e c’è che questa non la considera casa propria. Io stesso mi sono lamentato direttamente con un altro condomino che faceva le bronze sul davanzale. C’è chi lascia sporco, chi si lamenta in continuazione di tutto e chi pretende che il comune cambi anche una lampadina quando si brucia. Noi italiani non siamo mica così, cerchiamo di dare una dignità anche alla nostra sistemazione. Alcuni qui ci stanno per anni prima che cambi qualcosa”. Una guerra tra poveri insomma. Dove però non vince nessuno.

La consegna degli alloggi Chi entra, tramite il comune di residenza, in una casa parcheggio deve necessariamente presentare domanda per la graduatoria Ater. L’Ater non è in possesso di case di prima emergenza, a queste provvede il comune. Rovigo, per esempio, ne ha un centinaio ‘disseminate’ in tutte le zone. Negli alloggi parcheggio si può stare fino a tre anni. Nell’ipotesi in cui vengano meno i requisiti di necessità si torna alla vita “normale”. Nel caso in cui invece le condizioni di difficoltà permanessero, attraverso l’inserimento in graduatoria Ater la famiglia in difficoltà può trovare una situazione più stabile. Se non definitiva.

Facciamo un sopralluogo in un condominio Ater. I campanelli con i cognomi indicano la presenza di molti stranieri. Nomi di provenienza nordafricana, ma anche rumeni. Famiglie integrate, tutte con figli che frequentano la scuola. Apre la porta una famiglia musulmana.

Sono in cinque: padre, madre, un figlio maggiorenne e due piccolini. Vivono in una grande casa con tanto verde intorno. Tecnicamente è una schiera, perché il residence Ater comprende più villette, ma di fatto sono tutte singole.

Sono cinque stanze. I due piccolini dormono nella stessa camera e una è riservata alla preghiera e ai giochi, quando non si prega. Ci sono molti tappeti e la casa è pulita. L’arredamento è a metà tra l’occidentale con tocchi di etnico. La casa è stata rinnovata dall’ente, ma c’è ancora qualche lavoro da mettere a punto. Come sempre, nelle case di venti - trent’anni fa. Gli inquilini contestano all’ente di rifare la tapparella che non funziona, sistemare il portone del garage. E l’esterno? Risposta dell’Ater: eh no, il giardino ve lo dovete sistemare voi.

Altro giro. Mamma single, con una figlia grande che ormai ha la sua vita. Ex operaia polesana - la sua azienda ha chiuso per crisi - ha ottenuto da poco un mini in un condominio. “Ora faccio lavori saltuari e per sistemare questo mini appartamento ho fatto il baratto. L’idraulico ha sistemato le cose in cambio di un divano grande che avevo nella casa in affitto da cui sono stata sfrattata. Il colore l’ho dato da sola, mi ha aiutato mio fratello. Ho cambiato il pavimento e il rivestimento delle piastrelle della cucina in parte regalati, in parte acquistati a prezzo di rimanenza. Arrangiandosi si impara il baratto. Ci si scambia di tutto”. Tradotto: l’Ater le ha consegnato un appartamento in condizioni accettabili ma diciamo, standard; questa inquilina ha fatto degli investimenti, sperando che l’assegnazione sia definitiva. Quando se ne andrà, non potrà certo portarsi via il pavimento o i rivestimenti installati. L’Ater alla fine, in un certo senso, ci avrà guadagnato. “Gli inquilini del posto tendono a prendersi più cura delle case - Tant’è vero che quando ce n’è la possibilità, dopo tanti anni, molti riscattano la casa e la acquistano di fatto - spiega questa signora single di mezza età - Mentre gli stranieri si accontentano, ma non investono nulla, devono essere richiamati se qualcosa non va. Non so se sia un problema culturale”.

Gli inquilini “Le case grandi e belle vanno sempre agli stranieri”. Questa è l’osservazione che, spesso, fanno i cittadini assistiti ma scontenti. E’ vero, ma non è una questione di preferenza dell’ente pubblico nei confronti degli stranieri a scapito degli italiani. Forse il sadismo, se esiste, è burocratico. Ci sono infatti delle metrature specifiche a seconda del numero dei componenti della famiglia. Una mamma single con un bambino piccolo, per esempio, non può stare in un miniappartamento anche se magari si accontenterebbe del letto matrimoniale; ci vogliono due stanze da letto, per legge il bambino deve avere la sua stanzetta. Il numero di stanze cresce quindi a seconda del numero di componenti della famiglia. E gli stranieri, è un dato di fatto, fanno più figli. Ne hanno tre di media, contro uno o due dei polesani.

Per cui si creano proprio delle “tipologie” di residenti negli alloggi. Gli inquilini dell’edilizia popolare sono spesso o polesani divorziati, che non possono contare sul welfare familiare in caso di perdita del lavoro, o famiglie numerose di stranieri nelle quali magari lavora saltuariamente solo il capofamiglia.





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