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Il politico Toni Bisaglia era nel mirino delle Brigate Rosse

Spuntano munizioni, volantini e un dossier sul politico democristiano, possibile bersaglio di attentati

Il politico Toni Bisaglia era nel mirino delle Brigate Rosse

Dai boschi del centro Italia riemergono fantasmi del passato: armi, volantini ed echi di violenza, piombo e terrore. Spettri di un decennio (gli anni di piombo) che ha insanguinato l’Italia con la stella a cinque punte delle Brigate Rosse, e che avrebbe potuto deflagrare anche a Rovigo in una clamorosa azione contro il più in vista dei politici polesani. Toni Bisaglia, il potente esponente della Dc veneta, uno dei leader nazionali della corrente dorotea e più volte ministro.

Nel mirino Stando a quanto recuperato dalla Digos in provincia di Rieti Bisaglia, attorno agli anni 1976/77, era finito nel mirino delle Br, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra che per anni ha seminato lutti e violenza in tutta Italia, Veneto compreso.

Nei boschi l’altro giorno la polizia ha scoperto un nascondiglio delle Br rimasto occultato per oltre 40 anni. Nella boscaglia di Poggio Catino, in provincia di Rieti, la polizia dopo due giorni di scavo a seguito di una segnalazione, ha scovato due pozzetti, interrati e sepolti da lastre di eternit. All’interno c’era una piccola Santa Barbara del partito armato: proiettili, volantini, vecchie divise, e poi timbri e materiale per falsificare targhe e documenti. Un armamentario corroso da ruggine e umidità, rilevato da metal detector e scovato da cani, vigili del fuoco e investigatori. Strumenti usati dai brigatisti per terrorizzare e seminare violenza e che probabilmente risalgono al 1977. Nei volantini di rivendicazione politica infatti ci si ferma a quell’anno, quindi prima del sequestro Moro (16 marzo 1978) e della strage di via Fani, apice della lotta armata brigatista.

Fra il materiale rinvenuto (come descritto sul Corriere della sera) anche dossier e schede informative di politici, giornalisti ed esponenti delle istituzioni. Fogli che i brigatisti compilavano prima di attivare la proprio potenza di fuoco. Fra le schede anche quella relativa ad Antonio Bisaglia, rodigino ed esponente di primissimo piano della Democrazia Cristiana. In quegli anni Bisaglia era ministro delle Partecipazioni statali, settore da sempre al centro dell’odio e della guerra unilateralmente dichiarata dalle Br. Più volte nei loro farneticanti volantini di rivendicazione comparivano propositi di attacchi contro “lo stato imperialista delle multinazionali”, un’aberrazione che includeva nel loro mirino anche la partecipazione dello Stato e della funzione pubblica in economia.

Ecco allora che non risulta affatto strano che Bisaglia sia finito fra i bersagli del partito armato, in quel periodo guidato dallo stesso vertice che, pochi mesi dopo, avrebbe portato l’attacco al cuore dello Stato con la strage di via Fani e il sequestro Moro.

Che Bisaglia fosse finito al centro di documenti e “dichiarazioni di guerra” di Mario Moretti e del resto dello stato maggiore brigatista, non è una novità. Ma nelle carte recuperate nel Lazio c’è qualcosa di più. La scheda dedicata a Bisaglia è dettagliata, c’è l’indicazione della sua abitazione a Rovigo in via Rosmini, la precisazione che “vive con la sorella”. C’è poi il nome del suo autista, forse un agente di scorta, ed un completo curriculum politico del leader democristiano. Insomma un dossier vero e proprio. Certo in quegli anni la follia eversiva aveva portato alla compilazione di centinaia di schede su possibili bersagli umani da parte dei terroristi, ma il fatto che quella di Bisaglia fosse dettagliata sembrerebbe dimostrare che qualcuno, negli anni ‘70, abbia agito proprio a Rovigo per conto delle Brigate Rosse. E che l’obiettivo potesse essere un attentato nei suoi confronti, visto che le schede Br erano finalizzate proprio a questo.

In Polesine Il nome della via, il nome dell’autista, il fatto che Bisaglia “vive con la sorella” significa che quella scheda era stata compilata da qualcuno che aveva fatto base nel capoluogo polesano per conoscere tutto di Bisaglia, o che si sia avvalso di fiancheggiatori locali che in quegli anni proliferavano in diverse aree del nord Italia. Insomma anche a Rovigo la Br erano in grado di entrare in azione.

In Veneto una colonna brigatista venne costituita solo negli anni ‘80 (mettendo a segno azioni eclatanti come il sequestro Dozier, il sequestro e l’omicidio di Taliercio, gli assassini di Sergio Gori, e del commissario Albanese), ma anche negli anni ‘70 avevano micidiali capacità di fuoco (i primi omicidi delle Br furono a Padova nel 1974 quando furono giustiziati Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci). Per non dire del fatto che pochi anni dopo, il 3 gennaio 1982, un commando legato a Prima Linea, guidato da Sergio Segio, assaltò il carcere di Rovigo facendo evadere 4 detenute e causando la morte di Angelo Furlan. Un’operazione militare pianificata anche grazie all’appoggio, logistico e di armi, di altre organizzazioni terroristiche, fra cui le Br.

Altro aspetto inquietante: fra il materiale recuperato dalla Digos, e ancora oggetto di analisi e inventario, c’è anche un documento del 1977 del comitato rivoluzionario toscano, di quando le Br ferirono alle gambe Indro Montanelli, gambizzandolo. Documenti, che non parlavano solo di azioni “ipotetiche”, ma di attentati avvenuti o pianificati. Quella di Bisaglia, quindi, poteva essere una delle folli opzioni brigatiste. Poi abbandonata per chissà quale motivo. Ed è da ricostruire anche il perché il covo rosso sia rimasto celato e “dimenticato” per tutti questi anni.

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