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Più vinci, e più vinceresti: l'effetto del vincitore

Più vinci, e più vinceresti: l'effetto del vincitore

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A tutti piace vincere, perché inebria di una sensazione di appagamento e di conquista. Ci fa sentire realizzati e ci lascia con la voglia di continuare a vincere per continuare a percepire quello stato di benessere. Che sia a un qualche gioco, a una sfida professionale o un in qualche sport, la vittoria è la miglior pacca sulla spalla che ci possiamo dare perché corona i nostri sforzi. Ci siamo impegnati e lo sforzo ha dato i suoi frutti. D’altronde, il successo passa attraverso il sacrificio; la mera fortuna o il mero talento non bastano. E gli atleti, amatoriali o professionisti, ne sanno qualcosa.

Ancora, ancora, ancora

Un Europeo, un Mondiale, le Olimpiadi o la semplice sessione sportiva giornaliera per mantenersi in forma sono il banco di prova di un percorso che un atleta compie. Possiamo essere corridori amatoriali a cui piace sfogare le energie in eccesso o nuotatori che formano un tutt’uno con l’acqua: rimane che ciò che ci porta alla vittoria e al desiderio di continuare a vincere è l’allenamento costante. Perseveranza diventa una parola chiave. Quasi una droga. Il labor limae fisiologico-tecnico è il processo di perfezionamento che serve a un atleta per supere i propri limiti ad ogni allenamento, sfidarsi a resistere al impulso di cedere, andare oltre i dubbi di non farcela. La pioggia, il freddo, il caldo, l’afa, il mal di testa, la tristezza, la demoralizzazione sono solo incidenze che un atleta professionista impara a ignorare a beneficio dell’allenamento, con cui automatizza certi processi, diventa più veloce, più resistente, più reattivo, più forte. Senza la perseveranza non supererebbe alcun limite, né vincerebbe alcuna sfida con se stesso e gli altri.

L’effetto del vincitore

Tuttavia, la perseveranza viene affiancata anche da un interessante funzionamento del cervello, che causa agli sportivi un effetto della vittoria. Una utile infografica di Betway Casino riassume la ricerca di Ian Robertson, neuroscienziato cognitivo e psicologo, che ha individuato il cosiddetto “effetto del vincitore”, una combinazione di quattro processi che spingono gli atleti vincitori a vincere sempre di più sotto l’effetto inebriante, del tutto naturale, delle reazioni attivate dal nostro cervello. In una competizione, la corteccia prefrontale valuta una situazione per individuare rischi e ricompense; viene incrementata la produzione di testosterone, che aumenta l’aggressività e l’egoismo e spinge il soggetto a voler fare meglio degli altri; si attiva il sistema di ricompensa, per cui certe comportamenti vengono associati a emozioni; e la dopamina offre un rinforzo positivo per ripetere quei comportamenti che hanno segnato un successo in precedenza. In questo modo, gli atleti vittoriosi tendono a vincere più spesso, a essere maggiormente concentrati, fiduciosi in se stessi e aggressivi nella competizione col fine di sbaragliare la concorrenza e aggiudicarsi la medaglia.

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Volere è potere

Ma perché questo processo funzioni, alla vittoria bisogna arrivarci e la perseveranza non basta. La motivazione è un altro elemento chiave, confermato anche dalla pluricampionessa di scherma Valentina Vezzali in un articolo su Repubblica. “Volere è potere”, dice Vezzali, che attribuisce importanza all’allenamento non solo fisico, ma anche mentale, per trovare sempre la motivazione di andare ad allenarsi, anche se questo implica sacrifici e rinunce. Ne sa qualcosa Federica Pellegrini, punta di diamante del nuoto italiano, che in un intervista con delle giovani leve del nuoto, alla domanda “come si fa a diventare Federica Pellegrini”, risponde “dire tanti, ma tanti, no” ed eliminare il superfluo. Molti atleti raccontano storie simili: delle levatacce alle cinque del mattino per poter allenarsi un paio d’ore prima di andare a scuola; o del piatto di pasta consumato celermente lungo il tragitto scuola-allenamento; o delle serate trascorse ad allenarsi invece che a divertirsi con gli amici perché c’era in vista il tal campionato. Questo spirito di rinuncia implica una potente motivazione, dettata dalla passione sfrenata, dal vero e proprio amore, per lo sport prescelto.

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Dietro ogni bravo sportivo, olimpionico o meno, non si nasconde solo un talento innato, certamente parte del pacchetto e che fin dalla giovane età porta una persona a perseguire la strada dello sport. Servono soprattutto perseveranza, motivazione e passione, che si traducono in infinite ore di allenamento per perfezionare la perfetta macchina dei movimenti che li issano sul podio della vittoria. Lo sport, prima ancora che una disciplina fisica, è una disciplina mentale che insegna il rigore e la forza di volontà.

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