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coronavirus e calcio

Dal Rovigo Calcio ai top club europei, l'intervista a Michele Centenaro

“Il calcio è un bene sociale, a causa del Covid molti team minori rischiano di sparire”

Dal Rovigo Calcio ai top club europei, l'intervista a Michele Centenaro

Dal reparto di attacco del Rovigo calcio ai vertici dei uno dei massimi organismi del calcio internazionale. Diversi anni fa si allenava e giocava allo stadio Gabrielli di Rovigo, facendo gol in maglia biancazzurra, ed ora si rapporta con Andrea Agnelli e Karl Heinz Rummenigge per definire le strategie dei club del calcio europeo. E’ Michele Centenaro, calciatore veneziano che alla fine degli anni ‘80 giocò con la maglia del Rovigo per alcune stagioni (terzo posto dietro San Marino e Pro Gorizia nel 1987-88, capocannoniere con 18 reti all’attivo nella squadra guidata da Eraldo Mancin), è che ora ricopre il ruolo di segretario generale dell’Eca, l’associazione delle principali società di calcio d’Europa.

Michele Centenaro lei è segretario generale dell’Eca, uno dei massimi organismi del calcio internazionale, ma è anche una vecchia gloria del calcio Rovigo, come giudica la situazione del calcio, sia a livello italiano che locale, ancora fermo per l’emergenza sanitaria?

“La situazione é molto delicata, per alcuni versi direi ‘esistenziale’. Credo che il calcio di alto livello saprà superare la crisi, non senza scossoni, ma più giù, nella piramide il rischio per il calcio di base é altissimo. Senza un adeguato supporto dalle federazioni regionali, dai comuni e dalle comunità stesse molti club rischiano di sparire. E' un problema sociale oltre che sportivo”.

I protocolli e le procedure per far ripartire, a giugno o a settembre, i campionati di calcio saranno gli stessi per professionisti e dilettanti? Che differenze potrebbero esserci?

“Il virus é lo stesso quindi le procedure dovrebbero essere tali. Le misure saranno però molto dettagliate e necessiteranno di risorse cui non molti club riuscirebbero a far fronte. Credo dunque che i dilettanti dovranno darsi più tempo per ripartire e nel frattempo i medicinali in caso saranno più efficaci e risolutivi”.

E’ stato bomber del Rovigo calcio per due stagioni, nel ’89 e nel ’90, che ricordi ha della città, dell’ambiente e dei tifosi?

“Un bellissimo ricordo, probabilmente il più bello della mia carriera. Sono stato accolto con molto calore sia dalla città che dai tifosi. C’era un progetto nuovo capitanato da imprenditori locali che tutti hanno sposato e che ha dato molte soddisfazioni”.

Nel suo primo anno al Rovigo realizzò 18 reti portando la squadra al terzo posto finale, come era il calcio a Rovigo in quegli anni?

“Ricordo molto entusiasmo, ricordo stadio sempre pieno, ricordo i tifosi che inventavano canzoni, ricordo la gente che ci aspettava dopo gli allenamenti. Ricordo anche un giornalino del Calcio Rovigo”.

Si è fratto un’idea sul perché da molti anni a Rovigo il calcio stenta a decollare definitivamente?

“Un tempo si diceva che la rivalità col rugby era troppo forte ma in quegli anni non ne ho avuto l’impressione. I presidenti mecenati non esistono più per realtà minori, credo che sia importante ricostruire il senso di comunità e mettere il club al centro della socialità”.

Come è stato il suo percorso, in sintesi, dal fronte di attacco del Rovigo, alla Diadora e poi ai vertici dell’Eca?

“Ho lasciato Rovigo dopo la laurea ed il servizio militare. Avevo la sensazione di dover cominciare ad intraprendere una professione ed il Caerano San Marco mi permise di continuare a giocare a buonissimo livello ed iniziare una carriera da dirigente sportivo alla Diadora. Poi la chiamata della Uefa come responsabile di Champions League e Coppa Uefa per otto anni. Infine la politica del calcio in seno alla Eca, rappresentando le istanze dei top club europei”.

Di cosa si occupa all’Eca, quali potrebbero essere le linee di sviluppo del calcio come sport, come forma di intrattenimento e come industria?

“Per 12 anni, fin dalla sua creazione, all'Eca quale primo segretario generale mi sono occupato dell’amministrazione dell’associazione e della sua crescita. Di recente sono stato nominato membro del consiglio esecutivo con un ruolo quindi meno operativo e più strategico-politico”.

E quanto potrebbe incidere l’incertezza legata al coronavirus?

“Credo che l’attuale incertezza sia il vero problema in questo momento. I club sono sotto stress e non riescono a pianificare una ripresa. Molti potrebbero rimanere schiacciati da questa incertezza”.

E’ difficile far convivere le esigenze dei club con quelle degli altri soggetti del pianeta calcio?

“Certamente, ma é proprio questo il mio lavoro. E ci sono sempre più soggetti coinvolti, specie a livello europeo. Si tratta di individuare opportunità comuni anziché punti di divergenza, in fin dei conti facciamo parte tutti della famiglia del calcio e vogliamo che contini ad essere questo sport meraviglioso”.

Come si trova a rapportarsi costantemente con i grandi del calcio professionistico come Rummenigge e Andrea Agnelli?

“E’ impegnativo come é giusto che sia trattandosi dei livelli più alti dell’industria del calcio. Le personalità e le competenze eccellenti di entrambi, sebbene diverse, facilitano comunque il compito. E quando si parla di calcio non c’é differenza tra professionisti e dilettanti, la lingua del campo é la stessa”.

Nella sua vita privata c’è ancora spazio per il tifo calcistico o la passione per lo sport ha assunto una veste esclusivamente professionale?

“Se si perde la passione è meglio smettere”.

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