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NON E’ SOLO CALCIO!

Saul Malatrasi, re del derby. “La semifinale, che partita!”

Il mitico doppio ex, campione con entrambi: “Nerazzurri favoriti, ma i rossoneri senza Leao daranno tutto”.

Saul Malatrasi, re del derby. “La semifinale, che partita!”

Saul Malatrasi ha in bacheca due coppe dei campioni, vinte con Inter (1965) e Milan (1969)

Notte di sogni di Coppe dei Campioni. Milan e Inter si giocano l’accesso alla finale di Champions League. Una partita così non si vedeva da 20 anni.

Ma c’è un uomo, uno solo al mondo, che la Coppa, quella Coppa, l’ha vinta indossando entrambe le maglie, quella rossonera e quella nerazzurra. Lui è un polesano: Saul Malatrasi, di Calto, 85 anni compiuti a febbraio. Uno dei difensori più forti della sua generazione, con un palmares di vittorie da fare invidia a chiunque.

Sì perché Saul non ha vinto “soltanto” la Coppa Campioni sia con la Grande Inter (1965) che con il Milan di Rivera (1969), negli anni d’oro della Milano del boom, allenato prima dal “Mago” Helenio Herrera e poi dal “Paron” Nereo Rocco. Ha messo in bacheca anche una (storica) Coppa delle Coppe con la fiorentina, ad oggi unico trofeo europeo dei Viola, e soprattutto tre coppe Intercontinentali, l’odierna “coppa del mondo per club”, due con l’Inter e una con il Milan.

Ma è nella storia della Coppa dei Campioni, la massima competizione calcistica europea, che Saul Malatrasi da Calto ha scritto il proprio nome a lettere d’oro. E’ stato il primo uomo al mondo ad alzarla con due squadre diverse, è tuttora l’unico ad averlo fatto con due squadre della stessa città. Saul è “l’eroe dei due mondi”, quello rossonero e quello nerazzurro. Oggi vive in Polesine, nel paese natale, a Calto, dove si è ritirato dopo il successo del calcio.

Malatrasi, lei di partitissime se ne intende.

Sono partite in cui i giocatori si caricano da soli, non servono neppure le parole dei mister. E lo dico sebbene abbia avuto in panchina sia Herrera che Rocco. E questo posso dirlo perché partite così le ho giocate”.

Che derby si aspetta questa sera?

“Vedo l’Inter molto bene, secondo me è favorita. Ma nei derby, chi lo è spesso e volentieri rischia, quindi dico 50-50. Entrambe hanno difese forti: tanto che, tra andata e ritorno, non escludo i supplementari. Il Milan? Non sta affatto male e non è detto che la probabile assenza di Leao sia negativa: quando la stella manca, gli altri giocatori tendono a dare di più. A ogni modo mi auguro di vedere belle partite e speriamo che vinca il migliore”.

In tanti dicono che chi arriverà in finale poi si schianterà contro una tra Manchester City e Real Madrid.

“Queste partite io le ho giocate, e vi dico che può succedere di tutto. Certo, se il City di Guardiola non vince quest’anno non so quando lo farà. Ma, se proprio deve trionfare una squadra straniera, spero nel Real del mio amico Ancelotti. L’importante, intanto, è la certezza di avere una squadra italiana in finale”.

Lei per chi tiferà?

Per la Spal. Dico sempre così: è la squadra del mio cuore, dove sono cresciuto e ho debuttato in Serie A nel 1958. Poi il presidente Mazza mi vendette alla Fiorentina e, qualche anno dopo, volle convocarmi per i Mondiali di Cile 1962. Anche se il miglior patron che ho avuto in carriera resta Angelo Moratti”.

Un rimpianto?

“Proprio quel Mondiale (1962, ndr), perso per colpa di un infortunio che mi fermò oltre un anno. Passai tre mesi col gesso qui a casa, a Calto, e temetti di smettere. Poi però recuperai grazie al carattere, vincendo tanto”.

Tutto o quasi. Comprese tre Intercontinentali, un altro record...

“Ricordo come fosse ieri quella finale, quella del 1969, con l’Estudiantes. La portammo a casa, ma nella gara di ritorno, a Buenos Aires, loro combinarono un macello. Combin si presentò in aereo che sembrava Topo Gigio, tanto l’avevano malmenato. E, a causa dei pestaggi che subimmo, si sparse persino la voce falsa della morte di Prati. Ma, di recente, il portiere di quell’Estudiantes Poletti ha telefonato dall’Argentina a me e a Giovanni Lodetti per scusarsi. Gli ho risposto: dopo tutto questo tempo...”.

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