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Aia Adria, una storia bellissima

Un percorso affascinante

Aia Adria, una storia bellissima

Come tutte le storie, anche le più belle, hanno a volte, purtroppo, una fine. E così è stato per la sezione adriese dell’Associazione italiana arbitri.

Nata nell’autunno del 1980, quando gli arbitri non erano “alla moda” come al giorno d’oggi e, al contrario, la loro divisa d’ordinanza era composta da pesanti maglioni di lana (rigorosamente neri) ingentiliti solo da un severo colletto bianco, pantaloni dotati di pinches, passanti per la cintura e, a completare l’outfit, lunghi calzettoni dal risvolto blu.

Per più di 40 anni la sezione di Adria ha avuto il privilegio di formare tantissimi, (penso centinaia), di giovani arbitri; alcuni che hanno svolto l’attività solo per pochi mesi, altri per decenni, altri che continuano questa meravigliosa avventura.

Il primo presidente, quello degli esordi della sezione, è stato per breve tempo Alfredo che con il suo modo di fare “fuori dagli schemi” ha lasciato il posto a Gianni, chiamato da tutti il maestro, uomo buono e comprensivo, che amava i propri arbitri come dei figli, un padre sportivo per molti di loro, per poi finire con Amedeo, presidente pragmatico e di relazioni. Non si possono però scordare Valleriano e Cesare, formatori di tanti giovani e designatori nelle categorie provinciali.

Una menzione speciale anche ai commissari: i severissimi Sturaro e Mainardi... loro il compito, a volte ingrato, di assegnare i voti in pagella.

Ma Aia non è stata solo partite da arbitrare, ma pure tante cene, feste, raduni, gare di atletica contro le altre sezioni venete, tornei estivi così come anche le partite, giocate, non arbitrate, per beneficenza, le gare di Serie A, allo stadio e ad assistervi tutti assieme.

Tanti ricordi, tanti aneddoti. Come quella volta, era il 1989, che a Filippo, nel fine partita, venne a trovarlo nel proprio spogliatoio, il mago della grande Inter, Helenio Herrera.

Come Moira che ricorda quando arrivò finalmente la figura dell’arbitro-donna, come erano guardate tutte con affetto e diffidenza, e quella volta che dopo una gara tiratissima, al rientro negli spogliati, trovò sul proprio tavolino un mazzo di fiori con il bigliettino di scuse dei dirigenti.

E come lei Giorgia, Palmina, Silvia…

Qualcuno, senza comunque arrivare a campionati professionistici, ha avuto la fortuna di uscire dai confini del Veneto, come Maurizio, che arbitrò le squadre primavera delle maggiori società di Serie A, compresa la propria amata Juventus, o Diego che, nel beach soccer, ha girato per le più belle spiagge d’Italia.

E questi arbitri, qualcuno ancora in attività, magari nei campionati amatoriali, altri diventati allenatori o dirigenti di squadre dilettanti, si ritrovano spesso a cena, per stare insieme, in allegria, per ricordare quello che è stata una storia bellissima, perché, al di là della comune passione sportiva (fare l’arbitro è comunque uno sport, c’è chi corre dietro ad un pallone e chi corre dietro a chi corre dietro ad un pallone) vi è una profonda amicizia, fondata su esperienze comuni, su valori che si stanno perdendo ma che loro, gli arbitri, non vogliono perdere.

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