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Il caso

Coimpo, corruzione e abuso d'ufficio nessun politico tra i 7 indagati

Il pm di Rovigo Sabrina Duò ha chiesto una proroga delle indagini avviate dalla Dda di Venezia. Ecco i nomi delle persone coinvolte nel terzo filone d'indagine dopo la morte dei quattro operai.

Rifiuti illeciti

Lo scorso dicembre i sequestri e le perquisizioni per il filone “ter” del caso Coimpo, quello relativo ai reati “amministrativi”, corruzione, abuso d’ufficio e falso ideologico. Nelle scorse settimane la richiesta di proroga delle indagini, chiesta dal pm Sabrina Duò, che ha preso il testimone dalla Dda di Venezia, proprio in virtù del fatto che l’immenso faldone con migliaia di pagine di intercettazioni e non solo, è ancora da sviluppare.

Quello che finora è certo è che il terzo filone d'indagine sulla Coimpo, che ha fatto tremare la politica polesana, con nomi di rilievo coinvolti, finora tocca sette persone. Sono - ovviamente - i vertici di Coimpo: Glenda e Mauro Luise, Alessia e Gianni Pagnin, che avrebbero cercato di manovrare indebitamente le autorità preposte, per avere le autorizzazioni a continuare a spandere fanghi.

Poi sono coinvolti, ancora nel ruolo di persone sottoposte a indagine, non ancora formalmente accusate, anche il funzionario della Provincia Giuseppe Boniolo, l’ex pubblico ufficiale veterano del tribunale di Rovigo, ora in pensione, Vanni Fusaro e un tecnico di Este, Andrea Gattolin, che per Coimpo ha lavorato in qualità di tecnico di laboratorio. Quest’ultimo è rappresentato dall’avvocato Stefano Fratucello, del foro di Padova, mentre la difesa dei vertici Coimpo è affidata ancora all’avvocato Marco Petternella del foro di Rovigo.

Le ipotesi di reato, a vario titolo, sono abuso d’ufficio, corruzione in quanto sono coinvolti dipendenti e ufficiali pubblici e falso ideologico.

I dirigenti della società, tra le altre cose, non avevano mai fatto mistero - così si legge nelle carte del dispositivo di arresto emesso dal gip di Venezia nel dicembre scorso - di puntare ad avere rapporti con i vertici della Provincia di Rovigo, con lo scopo di chiedere il via libera alla riapertura dell’attività dopo il sequestro dovuto alle indagini sulle morti alla Coimpo.

Quanto fossero lecite queste pressioni, è ancora al vaglio della procura, i cui atti non sono consultabili nemmeno dalle difese.

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