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La storia

Maggi, anni di bombe e misteri

I legami di Ordine Nuovo col Polesine, la figura di Melioli e gli attentati in Italia e in città

Maggi, anni di bombe e misteri

27/12/2018 - 19:26

Una storia di bombe e misteri, segreti e strategia della tensione. Cose che si porterà nella tomba Carlo Maria Maggi, il medico originario di Villanova del Ghebbo, ma da anni residente a Venezia, morto mercoledì scorso all’età di 83 anni.

Maggi era agli arresti domiciliari dopo la sentenza di condanna, definitiva, per la strage di piazza della Loggia, dove nel 1974, a Brescia, morirono 8 persone (un centinaio i feriti). Maggi era definito il reggente veneto di Ordine Nuovo, l’organizzazione neofascista che tra gli anni ‘60 e ‘70 venne coinvolta, secondo gli storici, in vari attentati e stragi. Maggi, e gli ordinovisti veneziani e padovani, come snodo cruciale della strategia della tensione e di quelle trame nere che fra possibili colpi di stato e attentati avevano lo scopo di imprimere una svolta a destra nella linea politica italiana. Maggi era stato anche processato, e assolto, per la strage di piazza Fontana e per la strage di Milano. Si è sempre dichiarato innocente nonostante la condanna definitiva e i numerosi riscontri a suo carico e nei confronti di Ordine Nuovo.

Maggi era legato al Polesine, non solo per la sua nascita a Villanova del Ghebbo, e gli studi ad Adria, ma anche perché negli anni '70 era definito il punto di riferimento della cellula ordinovista di Rovigo. In città, inoltre, secondo alcune ricostruzioni furono pianificate parti importanti della strage di Brescia. Tutti aspetti mai scandagliati fino in fondo, segreti e misteri su cui ora Maggi non potrà più fare luce.

Era il periodo degli anni di piombo che anche in Polesine portarono una scia di attentati medi o piccoli e di scontri fra opposte fazioni politiche. Erano gli anni delle ideologie, delle proteste di piazza e dei corpo a corpo in cortei o anche semplicemente per supposte “invasioni” di territorio.

E Rovigo riveste una parte non secondaria nella torrenziale istruttoria del processo sulla strage di piazza Della Loggia. Secondo le rivelazioni di pentiti o collaboratori, a Rovigo venne pianificata una parte dell’attentato di Brescia. In una cena in un ristorante i cui gli ordinovisti, alla presenza di Maggi individuarono la persona che avrebbe dovuto portare la bomba a Brescia. Secondo una dichiarazione, poi ritrattata, fu il rodigino Giovanni Melioli a farsi avanti. uan tesi poi persa nelle pieghe del processo e lasciata cadere per mancanza di riscontri. Ma sono gli stessi ex esponenti di quella destra estrema e radicale a confermare che Maggi e Melioli (morto in circostanze mai del tutto chiarite nel 1991) erano amici. Anzi che Melioli era proprio luogotenente polesano di Ordine Nuovo. Melioli conoscente di Maurizio Tramonte, infiltrato dei servizi segreti nell’eversione di destra e condannato, assieme a Maggi, per la strage di Brescia. E che Melioli e Tramonte si frequentassero è indicato da numerose veline della questura di Rovigo che negli anni ‘70 “attenzionava” il mondo polesano della destra estrema.

Lo stesso Melioli, poi è stato indicato come avente un ruolo in alcuni attentati esplosivi avvenuti a Rovigo, alla sede della Cgil (6 febbraio 1980), alla questura di Rovigo e alla sede della Dc (22 gennaio 1979). E poi alla sede del Gazzettino. Esplosioni che causarono danni e che non hanno mai avuto una chiara matrice; per alcuni sono da addebitare alle famose Notte dei fuochi organizzate da Autonomia operaia per “scardinare il sistema”. Per altri hanno una matrice nera. Un humus di contrapposizione fisica e politica, ideologica ed eversiva, che, secondo gli storici era alimentata proprio da Ordine Nuovo, il cui numero uno in Veneto era il polesano-Veneziano Maggi.

Per non parlare di quegli ex camerati che sostengono che alla fine Melioli, incarcerato e poi prosciolto anche per banda armata nel processo sulla strage di Bologna, lavorava per i servizi segreti, come altri “neri” peraltro. Sottolineando come fosse amico di Tramonte, che dai servizi proveniva. Melioli, ancora, amico di Franco Freda, conosciuto in carcere dove era detenuto quando venne sospettato della strage di piazza Fontana. Nel 1974 Melioli era alla libreria Ezzelino di Freda, a Padova, colpita da un attentato con una bottiglia molotov. Melioli informatore dei servizi e amico delle più controverse figure dell’eversione nera (compreso il padovano Massimiliano Fachini) sembrano due opposti, impossibili da conciliare, per non dire del fatto che Freda con lo Stato ha sempre avuto un rapporto di contrapposizione. Ecco allora che tutto si mescola, si confonde, si perde nelle nebbie di quegli anni di piombo, ma anche di tante risposte mai date.

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