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IL CASO DI PAPOZZE

“Non dovete pagare e può restare”

Sulla vicenda della 89enne ospitata all’Opera Pia interviene la Fondazione Promozione Sociale

“Non dovete pagare e può restare”

Sulla vicenda della 89enne ospitata all’Opera Pia interviene la Fondazione Promozione Sociale

“Invitiamo la direzione della Opera Pia Bottoni di Papozze a rispettare la Costituzione e le leggi vigenti, in quanto non le è consentito, in particolare nei riguardi dei vitali diritti degli infermi, di sostituirsi al Parlamento e al presidente della Repubblica”. E’ la conclusione della nota che Fondazione Promozione Sociale, una realtà operante a livello nazionale e molto attenta nel tutelare e proteggere malati e non autosufficienti, ha inviato, nei giorni scorsi, alla Opera Pia Bottoni di Papozze, ma anche alla direzione degenerale dell’Ulss, per sensibilizzare quest’ultima sulla vicenda.

Al centro di tutto, quanto avvenuto a inizio agosto, quando la struttura di Papozze avrebbe, sostanzialmente, tentato di dimettere una 89enne degente, sofferente, spiegano i familiari, di Alzheimer, adducendo la morosità della donna, per una somma nell’ordine dei 40mila euro. La Opera Pia è una struttura privata, ma accreditata col Servizio sanitario nazionale, ossia abilitata a erogare in sua vece prestazioni sanitarie ed assistenziali, venendo remunerata di conseguenza.

Il tentativo ha provocato uno scontro con la figlia della degente, che ritiene di non dovere pagare in vece della madre. E che, soprattutto, la cura di quest’ultima, alla luce della patologia della quale soffre, sia a carico del Servizio sanitario nazionale. Sulla questione, dopo che la Opera Pia ha ottenuto un decreto ingiuntivo, opposto, è aperta una causa civile, con prima udienza a gennaio. Tanto che il sindaco di Papozze aveva proposto, ai vertici della casa di riposo, di attendere il verdetto, prima di procedere ad azioni “di forza”.

Diversa la valutazione della struttura, che avrebbe, appunto, cercato di dimettere forzosamente la 89enne, portandola, in ambulanza, a casa della figlia, che ha rifiutato di accoglierla, spiegando che la madre deve ricevere cure adeguate al suo stato. Il tentativo è, quindi, rientrato.

Secondo Fondazione di Promozione Sociale, la situazione è chiara: una patologia come quella della quale soffrirebbe la anziana è a carico del Servizio sanitario nazionale. Non solo: non esiste alcuna norma che obblighi i parenti o congiunti a pagare per le cure.

“Mai - scrive con chiarezza la Fondazione - il Parlamento ha approvato norme per assegnare ai congiunti degli infermi, compresi quelli non autosufficienti, compiti attribuiti al servizio sanitario nazionale, dovrebbe essere evidente a tutti che nessuno, né le Regioni, né i Comuni, né gli ospedali, né tantomeno gli enti privati possono sostituirsi al Parlamento, che ha il compito di approvare le leggi, e al presidente della Repubblica che le promulga, per imporre ai familiari degli infermi non autosufficienti l’assunzione delle responsabilità, civili e penali, concernenti la continuità diagnostica e terapeutica, indispensabile per le vitali e indifferibili esigenze sanitarie dei loro congiunti”.

Le stesse tesi che, a livello polesano, porta avanti da anni il Comitato Articolo 32.

“Stiamo parlando - spiega il referente Vanni Destro - di livelli essenziali di assistenza. Dal momento che deve essere chiaro che queste persone, se abbandonate a se stesse, non sopravviverebbero, non potrebbero bastare a se stesse. Necessitano di assistenza e cure, è per questo che sono a carico del Servizio sanitario nazionale”.

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