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Vajont

“I 2 anni che decisero la catastrofe”

Semenza: “Dal ‘61 al ‘63 gestione scellerata, la tragedia si poteva evitare. Papà pregava ogni giorno per le vittime”

“I 2 anni che decisero la catastrofe”

Il suo cognome spunta sempre ogni volta che si parla dell’immane tragedia del Vajont, l’onda mortale che il 9 ottobre del 1963 spazzò via il paese di Longarone e la vita di 1.917 persone. Oggi ricorre il 56esimo anniversario di quel disastro, di quella pagina nera della storia italiana, colpevolmente dimenticata per troppi anni. E Pietro Semenza, 52enne, non può non dedicare un pensiero a quei fatti. E’ un geologo che lavora a Rovigo, figlio di Edoardo Semenza, il giovane geologo che per primo scoprì la frana che dal monte Toc si stava staccando per finire nel lago dove la Sade aveva deciso di costruire una poderosa diga per creare un invaso per la produzione di elettricità. Ed èanche nipote di Carlo, l’ingegnere autore del progetto della diga.

Pietro Semenza conosce benissimo quei fatti, tante volte ne ha parlato con il padre prima della sua morte, nel 2002. . “Mi padre era molto credente - racconta - e non c’era giorno che non pregasse per quegli innocenti morti in quella tragica notte”.

La storia del Vajont è nota quasi a tutti, anche grazie alle ricostruzioni teatrali di Marco Paolini e al film del 2001 che hanno contribuito ad eliminare l’oblio che per tanti anni ha seminascosto la vicenda, ma Semenza si vuole soffermare sugli anni dal 1961 al 1963, gli anni che decisero il destino di Longarone, di Erto e Casso e di centinaia di famiglie al confine tra le provincie di Belluno e Pordenone.

E la risposta alla domanda campale, se la tragedia poteva essere evitata è: “Se in quei due anni non fosse cambiata la gestione forse la storia sarebbe stata diversa”. “In quei due anni - argomenta Semenza - dopo la morte di mio nonno la diga e l’invaso passarono ad una gestione che posso definire scellerata e avventata. Mio padre fu messo da parte, non fu più consulente della Sade che aveva fretta di far partire la produzione di energia. Le ricostruzioni della tragedia spesso dicono che la relazione di mio padre non fu tenuta in considerazione, addirittura che venne ammorbidita per non andare in contrasto con il mega investimento e con la relazione del luminare della geologia Giorgio Dal Piaz, autore delle prime indagini geologiche sulla zona; ma non fu così”.

Edoardo Semenza, da poco più che neolaureato fu il geologo che scoprì la grossa frana sul versante del monte Toc, quella che nella notte del 9 ottobre 1963 sarebbe finita nel lago, e che non era stata individuata nelle andava in contrasto con precedenti rilevazioni. “Mio nonno Carlo aveva dato credito alla relazione di mio padre. E infatti già nell'estate del 1960 partirono una serie di sondaggi, approfondimenti, verifiche. Fu costruito il modello idraulico per verificare gli effetti dell’eventuale caduta della frana nel lago, studiate una serie di contromisure, realizzata la galleria di bypass nel versante destro della valle nel lago, fatte verifiche e simulazioni. A quel punto era chiaro quel che stava avvenendo, la grande massa della antica frana, già scivolata a valle migliaia di anni fa dopo l’ultima glaciazione, si stava rimobilizzando, scivolando verso il fondovalle del Vajont. Poi nell’ottobre del 1961 mio nonno Carlo morì. La gestione dell’invaso passò ad altre mani e la consulenza di mio padre non più richiesta. La mole di informazioni raccolte non fu messa da parte, ma forse sottovalutata o non sufficientemente approfondita. Sta di fatto che per due anni i lavori per la messa in esercizio della diga e dell’invaso proseguirono”.

Quando ormai era troppo tardi ci si accorse che la frana si stava muovendo a grande velocità, “l’invaso d’acqua - dice Pietro - era stato riempito troppo, oltre la soglia di sicurezza indicata dalle simulazioni del modello idraulico, poi svuotato in fretta, causando così una ulteriore accelerazione nel movimento del corpo di frana”.

E quando ormai l’inevitabile era innescato non si pensò nemmeno a far evacuare la popolazione dalla zona intorno al lago e a valle della diga: “Vero, ammette Semenza - allora non c’era ancora la Protezione Civile come esiste oggi, il sistema della prevenzione non era per niente oliato. E purtroppo la tragedia si consumò con la devastazione che tutti sappiamo”.

Un paese, Longarone, e numerose frazioni lungo la valle del Piave spazzate via, Erto bersagliato da una pioggia di fango, un’onda di acqua e melma che superò la diga travolgendo tutto e tutti, quasi duemila morti. Ora Longarone è stato ricostruito e la chiesa ospita una sorta di museo della memoria, con i nomi di tutte le vittime, le foto, la statua della Madonna che fu ritrovata a 100 chilometri di distanza e riportata in processione nella chiesa. “Il giorno dopo (il 10 ottobre 1963) mio padre andò subito sulla frana, e da quel momento in poi ha continuato i suoi studi e i suoi rilievi nella zona per approfondire la dinamica e le cause del movimento; rimase poi sempre in contatto con i cittadini di Longarone ma con un infinito dolore nel cuore. I suoi ammonimenti non furono recepiti a dovere anche se tutte le informazioni erano disponibili, ed è tutto agli atti del processo che poi fu celebrato. Come ho detto ripensava ogni giorno a quella tragedia. Ed ogni 9 ottobre veniva sopraffatto da ricordi, dolore, dispiacere. Ha anche scritto un libro, alla stesura del quale ho collaborato insieme ai miei fratelli, per fare luce su quei fatti (La storia del Vajont raccontata dal geologo che ha scoperto la frana). Le ricostruzioni teatrali e cinematografiche sono state importanti, anche se diversi aspetti sono stati romanzati. A volte si dice che mio padre non ebbe il coraggio di andare contro mio nonno e le tesi di Dal Piaz. In realtà tutto fu preso in considerazione, furono approntati sondaggi e studi. Ma nel 1961 ci fu la svolta”.

Quella che decise il tragico destino di una comunità.

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