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CASO COIMPO

La replica delle difese: “Tragedia imprevedibile”

Oggi la replica degli avvocati degli imputati. Discussione conclusa, sentenza attesa il 29 ottobre

“Un rilevatore li avrebbe salvati”

Una tragedia imprevedibile, frutto di una reazione chimica che non era mai stata considerata né in sede di autorizzazioni né in sede di valutazione del rischio, tutte fasi e procedimenti condotti da autorità o comunque consulenti esterni alle realtà produttive Coimpo e Agribiofert. Questa la versione della difesa.

Nello stabilimento aziendale di Ca’ Emo, Adria, il 22 settembre del 2014 si originò una nube tossica che uccise quattro persone: Nicolò Bellato, 28 anni, di Bellombra, impiegato di Coimpo; Paolo Valesella, 53 anni, di Adria, operaio Coimpo; Marco Berti, 47 anni, di Sant’Apollinare, dipendente Coimpo; Giuseppe Baldan, 48 anni, di Campolongo Maggiore. Lavoratori dello stabilimento i primi tre, conducente della cisterna di acido in corso di sversamento l’ultimo.

La reazione chimica si sarebbe originata proprio durante lo sversamento dell’acido in una vasca di fanghi. Di questo, infatti, si occupavano le due società: trattare fanghi da depurazione e rifiuti simili in maniera da renderli spandibili come fertilizzanti sui campi.

A giudizio si trovano Gianni Pagnin, 67 anni, di Noventa Padovana; Alessia Pagnin, 42 anni, la figlia, di Noventa Padovana; Glenda Luise, 29 anni, di Adria; Mauro Luise, 57 anni, di Adria, il padre, ma residente in Romania, tutti individuati dall'accusa come componenti della compagine societaria di Coimpo; Rossano Stocco, 57 anni, di Villadose, amministratore di Agribiofert; Mario Crepaldi, 63 anni, di Adria, dipendente Coimpo; Michele Fiore, 42 anni, di Ferrara, direttore tecnico di Agribiofert; Alberto Albertini, 60 anni, di Dolo, datore di lavoro dell'autotrasportatore morto, Baldan.

L’ipotesi di reato principale, comune a tutti, è quella di omicidio colposo. Poi, a vario titolo e con differenti posizioni ipotizzate, sono contestati reati ambientali e il getto pericoloso di cose, per le emissioni che l’impianto avrebbe generato, fastidiose per i residenti.

Chiudendo la propria discussione, il 2 ottobre il pubblico ministero aveva chiesto per Mauro Luise e Gianni Pagnin la condanna a 10 anni di reclusione; per le rispettive figlie Glenda Luise e Alessia Pagnin a 7 anni; per Rossano Stocco a 6 anni; per Mario Crepaldi a 6 anni e 3 mesi; per Fiore, a 7 anni; per Alberto Albertini a 1 anno e 6 mesi.

L’avvocato Marco Petternella, difensore dei Luise, di Stocco e dei Pagnin, ha spiegato che Coimpo non lesinava sulle spese per la sicurezza, nell’ordine dei 300mila euro l’anno. E che aveva commissionato tutte le valutazioni del caso a esperti di prim’ordine. Mai, però, la reazione chimica che avrebbe generato la nube mortale, venne presa in considerazione in queste plurime sedi.

Considerazioni che valgono anche per Stocco, che, tra l’altro, come ricordato dall’avvocato Petternella, il giorno della tragedia salvò un operaio semisvenuto, caricandoselo in spalla e portandolo lontano dalla nube.

Da parte sua, l’avvocato Luigi Migliorini ha sostenuto, riguardo le posizioni di Glenda Luise e Alessia Pagnin, come queste non prendessero alcuna decisione, per quanto presenti nella compagine societaria. Per quanto concerne la posizione di Crepaldi, difeso dagli avvocati Massimiliano Ponzetto e Dario Micheletti, si è invece ribadito come non possa essere considerato “di fatto” un preposto alla sicurezza, come invece vorrebbe l’accusa, non avendo né la qualifica né le mansioni proprie del ruolo. Impossibile, secondo questa tesi, pensare fosse lui a dovere gestire determinate situazioni e approntare determinate precauzioni.

Per quanto riguarda la posizione di Fiore, difeso dall’avvocato Claudia Pelà, si è sostenuto come questi non avesse potere decisionale e fosse, letteralmente, l’ultimo assunto in un contesto caratterizzato da processi produttivi radicatisi da anni.

Infine, sul fronte di Albertini, difeso dagli avvocati Alessandra Cantoni e Monica Previato, si è evidenziato come tutti i suoi dipendenti fossero regolarmente formati sul fronte della sicurezza sul lavoro e che, quanto accaduto a Ca’ Emo, non sia ascrivibile a sue lacune aziendali su questo fronte.

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