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STORIA

Studente eroe salva una neonata dal soffocamento!

“Io, che non prendo bimbi in braccio per non far loro male, devo ringraziare un corso a scuola”

Studente eroe salva una neonata

Antonio Mancini e Sofia

Fino a giovedì scorso prendere un bambino tra le braccia era impensabile per Antonio Mancini, 18 anni, rodigino e studente del liceo linguistico Celio Roccati. “Io ho una corporatura grande, temo di far loro del male”. Poi il fato, prendere una strada invece che un’altra, il senso di responsabilità che non tutti i ragazzi hanno, fermarsi a guardare che succede se qualcuno sta gridando, la fortuna di aver frequentato un corso di primo soccorso a scuola. E’ così che a soli 18 anni Antonio ha salvato una bimba di 18 mesi dal soffocamento.

Il racconto è di quelli che emoziona e fa tremare le braccia. “Eravamo con Sofia, la mia ragazza, a Ferrara, perché eravamo andati a vedere la mostra di Banksy. Camminavamo in fretta verso la stazione per prendere il treno delle 15. Alle 14,45, nel parchetto dove ci sono le case popolari abbiamo sentito delle urla da una palazzina. Dovevamo decidere se andare a destra o a sinistra, ci siamo diretti a sinistra. Era da un po’ che sentivamo queste grida. Abbiamo pensato, ‘o si stanno picchiando e proseguiamo, o qualcuno parla a voce alta, perché è abituato così’”.

Ma una volta arrivati davanti alla palazzina un uomo nigeriano fuori dalla porta gridava: “Oh Jesus, Oh Jesus!”. A ripensarci Antonio nota: “Non ha smesso di dire ‘Oh Jesus’ per tutto il tempo fino all’arrivo dell’ambulanza”.

Un altro signore indiano cercava di parlare con qualcuno al telefono. Si capiva che c’era un allarme in corso. Ma ancora il liceale non aveva capito di cosa si trattasse.

Antonio e Sofia potevano proseguire, il treno stava per partire. Ma si sono fermati. “Ci siamo girati, ho detto, ‘avete bisogno di una mano?’ Allora ci hanno fatto cenno di entrare. In quel momento ho visto la mamma con la bambina, neonata, con le dite cercava di metterle la mano dentro la bocca come per farla vomitare. Era in preda alla disperazione. Io ho visto la bambina, che era completamente abbandonata e con gli occhi all’insù”.

Ecco che Antonio, che in vita sua non ha preso mai un neonato in braccio, perché teme di far loro male, ha quasi per istinto chiesto se poteva provarci lui. In un attimo ha cercato di richiamare alla memoria tutti i dettagli del primo soccorso ai neonati memorizzati, ma anche svaniti col tempo.

“Sofia e il signore indiano continuavano a chiamare il 118 - continua il rodigino - io ho osservato la bimba, aveva la bava alla bocca, il peso morto, la testa all’indietro. Poiché non riuscivo a parlare bene con la mamma, ho pensato a un attacco allergico, o epilettico, o che si stesse soffocando. Ma loro a gesti hanno detto che aveva qualcosa in gola. Ho messo la bimba di lato e ho cercato di capire se respirava da sola, poi l’ho girata e ho dato due o tre colpetti sulla schiena a livello interscapolare, come mi avevano insegnato al corso a scuola. Mi sono accertato che non peggiorasse non sapevo se stavo facendo bene o male. Ho dato altri tre colpi sulla schiena e in quel momento mi hanno passato l’ambulanza. Ho detto che non respirava ma era cosciente, ma in quel momento ha iniziato a rimettere con un po’ di tosse. Era in braccio a me, mi sono rassicurato. La mamma ha preso un pezzo più grosso della pappetta e ho capito che era per quella che si stava strozzando. La bimba ha cominciato a piangere. Sulla mia mano ho sentito che respirava, che lo stomaco si gonfiava e allora ho restituito la bambina alla mamma in attesa dell’ambulanza”.

Nel frattempo sono arrivati i soccorsi, Antonio e Sofia hanno perso il treno, ma hanno salvato una vita. Sono tornati a Rovigo, alla loro quotidianità, alla scuola. Ma con una consapevolezza diversa: “La mia ragazza mi ha detto che avevo la paura negli occhi, ma con le mani ero sicuro. Mi sono sentito una grande responsabilità, io che ho sempre avuto paura di far del male ai bambini. A distanza di giorni mi risvegliavo con una sensazione di rinascita, un motivo per essere contento. Per fortuna abbiamo girato a sinistra e non a destra, per fortuna ho avuto fiducia che non fossero dei malviventi che inscenavano un allarme, ho pensato anche quello. Il corso l’ho fatto tre anni fa ed è durato 13 ore in totale, grazie ai volontari della Croce Verde. Consiglio ai miei coetanei, a tutti, di farlo. Questa esperienza mi ha dato tanto senso di responsabilità. Mi ha fatto pensare che se puoi fare qualcosa con le tue mani, falla”.

Antonio e Sofia ora sono tornati a scuola. Questo per lui è l’ultimo anno. Poi? “Non so, mia sorella fa medicina, penso spesso all’ambito sanitario, magari nell’ambito dell’ottica”. Le premesse per fare qualcosa di grande ci sono tutte.

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