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ricordo delle vittime del terrorismo

Quando via Fani sfiorò il Polesine

La vicenda di Paolo Sivieri, dall’adesione alle Br, l'arresto a Milano, al suicidio in casa.

Quando via Fani sfiorò il Polesine

09/05/2021 - 18:44

Quando le Brigate Rosse e la strage di via Fani, sfiorarono il Polesine. Ieri è stato il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia, il giorno dell’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro. Una tragedia, apice della lotta armata in Italia, che dal 1978 ad oggi ha segnato la storia d’Italia. Con una sequenza infinita di misteri irrisolti, polemiche e lutti.

Ma il 9 maggio fu solo l’epilogo di una tragedia durata 55 giorni, da quando Moro fu sequestrato e la sua scorta annientata dal commando brigatista il 16 marzo 1978. E il Polesine? Nelle ore seguenti la strage di via Fani le forze dell’ordine diffusero una serie di identikit di possibili brigatisti rossi. Alcuni di questi poi si rivelarono infondati, altri si rivelarono esatti.

Nelle fotografie in bianco e nero, non sempre chiare, qualcuno credette di riconoscere un polesano: Paolo Sivieri, giovane originario di Castelmassa e poi trasferitosi a Pisa per frequentare l’università della Normale. In realtà Sivieri aveva abbracciato la lotta armata delle Br, raggiungendo la sorella Biancamelia, entrata a far parte della colonna milanese della Walter Alasia.

Ma il 9 maggio 1978 Sivieri non era a Roma. A credere di averlo riconosciuto nelle foto segnaletiche era stato un ex amico di gioventù. A seguito di questa segnalazione le forze dell’ordine fecero una serie di accertamenti, accertarono che nei giorni di marzo non risultava aver soggiornato a Roma. Esclusa quindi una sua presenza in via Fani, come poi dimostrarono anni di indagini e processi.

E tuttavia la storia di paolo Sivieri nella follia dell’eversione armata non si ferma a queste ricerche. Sivieri aderì alle Br prima del 1978, venne arrestato il primo ottobre di quell’anno in via Olivari, nel celebre blitz che portò i carabinieri del generale Dalla Chiesa a smantellare il covo di via Monte Nevoso, a Milano, oltre a scoprire e mettere fuori uso le basi-rifugio degli appartamenti di via Pallanza e via Olivari.

Quel giorno Sivieri finì in carcere assieme ad altri brigatisti nelle tre operazioni congiunte. In quel blitz oltre ad essere arrestati alcuni leader delle Br, come Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Scoprirono, inoltre, la prima parte del famoso memoriale di Aldo Moro, l’insieme di lettere e risposte alle domande dei carcerieri Br che nel corso degli anni fecero da sfondo a numerosi misteri.

Sivieri negli anni ‘80 abbraccerà la strada della dissociazione, allontanandosi dalla lotta armata brigatista, ma sarà condannato all’ergastolo per l’omicidio di Raffaele Cinotti, agente di custodia ucciso a Roma il 7 aprile 1981. Una condanna che a molti era sembrata povera di indizi, tanto che lo stesso pm aveva chiesto l’assoluzione. L’ergastolo arrivò solo sulla base di una generica testimonianza.

Una sentenza che probabilmente minò l’animo e la mente di Sivieri. Il giovane non si riprese più e nel 1989 il suo corpo senza vita venne ritrovato impiccato, all’età di 35 anni, nella cantina dell’abitazione di famiglia a Castelmassa. Una vicenda tragica, a dimostrazione delle tante vite sprecate nell’aberrazione del terrorismo.

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